La TRAMA : Dopo essere stato arrestato e aver visto chiudere il suo ambulatorio, un medico iraniano perde la fiducia nel futuro. Deciso a togliersi la vita, trascorre un ultimo giorno in visita al fratello, alle sorelle e alla madre per prepararli ad affrontare la sua scelta. La compassione e l'affetto dei familiari finiranno tuttavia per farlo riconciliare col mondo.
La RECENSIONE : Per gli iraniani, il Presente è uno spettro che non si può mai veramente trascendere, e con cui i cittadini devono necessariamente fare i conti sin dal momento in cui il primo raggio di luce della giornata filtra tra le mura casalinghe, illuminate dal chiarore (o l’oscurità?) dell’alba: mai stata così pregna di tensioni come nei mesi iniziali di quest’anno, trasfigurati in un incubo perenne che non smette di soffocare, chi è schiacciato dal suo richiamo, neanche nella pace della propria abitazione o nell’intimità di una catartica riunione familiare. Ne sa qualcosa Arash, un ex dottore a cui il governo ha appena revocato la licenza per aver prestato delle cure mediche ad alcuni dissidenti in fin di vita, a cui è seguita la chiusura coatta del suo ambulatorio. Agli occhi del protagonista di Un po’ di luce, non esiste ormai una vera ragione per continuare a (soprav)vivere in una terra che nega ai suoi stessi cittadini il diritto alla salute o qualsivoglia libertà espressiva, specialmente adesso che il conflitto con gli Stati Uniti (il film è probabilmente ambientato tra il marzo e l’aprile del 2026) ha raggiunto il suo punto di massima tensione. Una concatenazione di eventi dalla natura catastrofica che soffocano così l’uomo in una spirale di dolori inespressi e disillusioni, da cui non sembra intravedersi neanche un po’ di luce.
Il riferimento all’orrore del contemporaneo è sempre presente, ma questa volta Ali Asgari, diversamente da Divine Comedy o Terrestrial Verses, decide di relegare il contesto (culturale, sociale e politico) del proprio paese allo spazio del fuori campo, per osservare esclusivamente i riflessi che tali fantasmi generano nella quotidianità di un uomo che non è più in grado di guardare al di là della sua ombra. Ma prima di togliersi la vita, decide comunque di trascorrere la sua ultima giornata con i propri familiari, a cui comunicherà progressivamente le sue intenzioni suicidarie, fino al doloroso incontro con la madre: segno di un legame talmente atavico e identitario, da diventare il punto di arrivo – nonché cassa di risonanza assoluta – di una interpretazione terapeutica del dolore e della sofferenza, da cui il cineasta iraniano parte per tracciare un percorso di riconnessione del protagonista di A Bit of Light con la propria presenza. Che non può prescindere dall’esistenza di quei filamenti (in)visibili che la legano al prossimo, e in particolare agli affetti primari.
In linea con le traiettorie esistenzialiste de Il sapore della ciliegia, anche nel caso di Un po’ di luce gli incontri finalistici – stavolta con i familiari e non con persone estranee – risultano pregni di vitalità proprio perché Asgari li codifica come se fossero delle grida inconsce di aiuto, urlate non in faccia a chi le riceve, ma direttamente ai cuori e alle anime degli interlocutori. Più Arash si interfaccia con i fratelli, cercando di rassicurarli sull’irreversibilità della sua fatidica decisione, più le fortificazioni invisibili del suo giudizio entrano in disgregazione: fino a crollare definitivamente dinanzi alla purezza eterna dello sguardo materno. Ad Asgari, in tal senso, basta focalizzarsi su un semplice atto di gentilezza, su una carezza strappata in un momento di deflagrante sincerità, per elevare l’interdipendenza tra persone che condividono un’affinità a sinonimo stesso del senso di esistere e dello stare al mondo.
Ed è qui che le connessioni invisibili tra le oppressioni della realtà esterna e i riflessi che tali fratture evocano sui volti di chi le subisce, si caricano di una valenza simbolica, che Asgari declina in Un po’ di luce in termini più deliberatamente esistenziali, e meno politici. C’è un dialogo tra Arash e la seconda delle due sorelle che rende esplicita questa connotazione traumatica che il contesto, seppur mai veramente mostrato, continua a conservare. Interrogato sul motivo per cui ha deciso di porre fine alla propria vita, l’uomo ribatte sostenendo che è impossibile mantenere una sanità mentale “in un paese in cui la mattina ti svegli, senza sapere se quel giorno arriverai poi a vedere il tramonto”. L’intensificazione del conflitto e le repressioni del regime gettano perciò delle ombre oscure sulle vite dei cittadini, accecandoli e offuscando loro la verità: cioè che l’esistenza umana non è scindibile dalla socialità. Per cui la validazione di una vita, e di contro la sua rinuncia prematura, è interpretabile solo se leghiamo il percorso di uomo alle tracce emotive che la sua presenza lascia negli altri. Quelle stesse coordinate che Asgari fotografa in un singolo abbraccio tra fratelli o in un pasto condiviso tra cari, e che il filmmaker iraniano traduce in micro-atti di rivelazione. Necessari per scovare, nel capolinea di una giornata particolare, anche solo un po’ di luce. Aspettando che il sole tramonti. (di Daniele D'Orsi - da SentieriSelvaggi.it)

