|
TRAMA : Lilian
Steiner è una psicanalista di origini americane,
perfettamente integrata nell’ambiente della
borghesia parigina, separata dal marito Gabriel
e in difficoltà anche con il figlio Julien,
appena diventato papà a sua volta. Rigida,
nervosa, chiaramente bloccata, non ascolta più
veramente i suoi pazienti. Se ne accorge il
giorno in cui muore una di loro, Paula, e lei
comincia a lacrimare copiosamente, incapace di
tenere a bada un sintomo che non sa spiegare e
che nemmeno l’ex marito oculista è in grado di
curare. La scettica dottoressa finisce così da
un’ipnotista, che la guida dentro una storia
segreta, che la riguarda e la lega alla donna
scomparsa. Convintasi che Paula sia stata
assassinata, con l’aiuto di Gabriel, Lilian si
mette a investigare.
RECENSIONE : Nome di spicco del cinema francese
del presente, Rebecca Zlotowski si è fatta
strada proponendo un lavoro intelligente e
sensibile, ma anche accessibile; un cinema
personale, ma non forzatamente di nicchia.
Vie privée porta questa combinazione a un
livello più scoperto rispetto al precedente
I figli degli altri, complice la presenza
di Jodie Foster, al suo primo film di lingua (e
cultura) francese. Si comincia in chiave quasi
pop, col più famoso brano bilingue dei Talking
Heads, Psycho Killer, ed è subito chiaro che
quello che stiamo per penetrare sarà a suo modo
un gioco mentale, hitchcockiano, autoriflessivo
e che la regola del gioco è che non ci si deve
prendere (solo) sul serio.
Come in un whodunit inglese, una
protagonista ipersensibile deve risolvere un
mistero che la chiama direttamente in causa;
come in un film di Woody Allen il mistero
e la commedia non solo non si escludono ma si
nutrono l'uno dell'altro (e la coppia
Foster-Auteuil ricorda da vicino la coppia
Allen-Keaton di Misterioso omicidio a
Manhattan); come in una commedia del
rimatrimonio lui e lei competono e poi fanno
squadra sullo stesso fronte (lei cura le anime,
lui i loro specchi). Chi ha ucciso la paziente
di Lilian? È stata la figlia, resa folle dalla
gravidanza? Il marito, che sembra avere un'arma
al posto dello sguardo? O è stata Lilian stessa,
sbagliando qualcosa?
Ma dietro il gioco del cinema c'è anche la vita
privata (il titolo originale del film non è solo
un omaggio a Louis Malle), in particolare
quella della regista stessa, ebrea parigina che
suonava il violoncello e ha perso la mamma da
ragazzina, trasformando il suo cinema a venire
in un dialogo con i fantasmi. È proprio Paula
(nei panni della quale ritorna Virginie Efira)
che parla, infatti, la sua analista dall'altra
sponda, attraverso un messaggio in codice
lasciato su una prescrizione, e la spinge a
ridare senso a un mestiere a cui Lilian non
crede più (messa in crisi anche dalle false
accuse del primo paziente).
Giallo psicologico, morbido come il vino rosso
che i personaggi bevono con piacere, il film può
sembrare ambire a contenere troppe anime al suo
interno, ma è proprio in questa non facile
compresenza di accenti diversi, e nel modo in
cui maneggia l'obiettivo personale e quello
d'intrattenimento, che sta il suo maggiore
interesse.
La psicanalisi, lungi dall'essere un pretesto, è
oggetto di scherzo ma non di negazione, così
come sono oggetto di scherzo le abitudini dei
francesi (partire in vacanza!) per la
razionalità anglosassone e efficientista di
Lilian/Foster: perché è delle cose che si amano
che si può scherzare con affetto, ed è con
saggia leggerezza che si può parlare di ciò che
più fa male. (MyMovies) |