MERCOLEDI 28/10 ore 21,00

Un film di MARCO BECHIS

Italia/Brasile - Drammatico - 104'



 


Marco Bechis torna a raccontare l'Argentina della dittatura, le torture e i desaparecidos con un reduce che torna per testimoniare a un processo contro i militari.

LA TRAMA : Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni, trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Insieme ad altri sopravvissuti è ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia, dove ritrova persone che hanno condiviso la prigionia e attende il giorno della sua deposizione. Le giornate trascorse con gli altri testimoni, gli incontri e le testimonianze riportano alla luce vicende rimaste in sospeso per decenni. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia e porta con sé un peso che nessuna sentenza può alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.

LA RENCENSIONE :  Si era fatto conoscere con un film molto duro e apprezzato, Garage Olimpo, diventato un punto di riferimento per il racconto al cinema delle torture della dittatura militare in Argentina degli anni ’70. A ventisette anni di distanza, Marco Bechis torna a raccontare quegli anni, passando dalla denuncia in diretta delle violenze e dei migliaia di desaparecidos al tentativo di superare quei drammi con la suturazione successiva a un processo agli ufficiali di quel regime.
Meno autobiografico di
Garage Olimpo, che era per lo più la sua storia personale, Ritorno a Buenos Aires si concentra su un medico, Mariano Guerra (Adriano Giannini) che, nel 2008, a trentatré anni di distanza dai fatti, tutti trascorsi in una sorta di doloroso isolamento in Italia, deve decidere se tornare per la prima volta, da allora, in Argentina per testimoniare oppure no contro i torturatori che lo sequestrarono e schiavizzarono per più di due anni, rendendolo una sorta di kapò, costretto a collaborare mettendo a frutto le sue competenze di studente di medicina.
È il punto di innesco di un percorso di risveglio di Guerra - nomen omen - che per tanta parte della sua vita è rimasto in
un limbo fra il presente vissuto cercando di salvare vite e un passato in cui non è riuscito a farlo con tanti dei suoi compagni di prigionia. Un uomo che vive ogni giorno la sindrome del sopravvissuto, quella condizione comune a tante tragedie scampate, legata al senso di colpa dell’essere rimasto in vita. La decisione finale di andare lo pone di fronte a un viaggio indietro nel tempo, mentre riconosce i volti di tanti come lui chiamati a deporre, in alcuni casi però non ben disposti. Li sistemano in una serie di stanze lungo un corridoio in un edificio del Ministero della Giustizia, facendogli quasi rivivere quel ciclo di vicinanza scandita da lunghe nottate insonni vissute in prigionia.
Mentre attende il giorno della sua deposizione le giornate trascorrono familiarizzando, o quantomeno tentando di farlo, recuperando frammenti vissuti in comune, ricordi lontani, riportando alla mente e al presente vicende nascoste in un angolo protetto da mille cassaforti della sua mente. Il senso del passato, la pesantezza della sua condizione e della colpa che lo perseguita per aver dovuto supportare il medico titolare delle stanze delle torture, caratterizza le giornate in una Buenos Aires solare e frenetica, in contrasto straniante fra la sua modernità attuale e la cupezza di Mariano Guerra e degli altri personaggi, insieme ai militari sotto processo, catapultati dal passato.
Ma non solo solo i compagni di allora, e in oltre due anni sono tanti quelli che ha visto passare, a sconvolgerlo, ma anche, se non soprattutto, le nuove generazioni, come la figlia di una compagna di militanza di allora, con cui all’inizio non vuole parlare. Ma in un modo o nell’altro si rende conto come
le eventuali sentenze, colpevoli e accusatori, tutto quell’enorme apparato in cerca di giustizia serva principalmente affinché le nuove generazioni possano vivere il loro futuro almeno con una parvenza di normalità. Rievocando visivamente la labirintica frammentazione dei ricordi di Guerra, in una Buenos Aires spesso ripresa dalla alto dei suoi grattacieli, Bechis scava senza remore nell’anima profonda del suo protagonista, supportato da un ottimo Giannini, che riesce a rendere il trauma senza facili scorciatoie, nella frontalità del dolore fisico e mentale che riemerge dal passato.  (di Mauro Donzelli - da ComingSoon)

 


 

MERCOLEDI 4/11 ore 21,00

Un film di KORE-EDA HIROKAZU

Giappone - Drammatico - 126'




Un nuovo ritratto sulla capacità dei bambini di insegnare agli adulti, anche quando sono robot generati dall'intelligenza artificiale. Un racconto delicato sul superamento del lutto per Hirokazu Kore-eda.

LA TRAMA : Sheep in the Box, il film diretto da Hirokazu Kore-eda, si svolge in un futuro prossimo, doveOtone e Kensuke Komoto, una coppia segnata da un lutto devastante per la perdita del figlio, cercano di ricostruire un fragile equilibrio nelle loro vite.
Lei è un’architetta, lui gestisce un’impresa di costruzioni, due condizioni apparentemente solide, spezzate però da un’assenza impossibile da colmare. Nel tentativo di affrontare il dolore, decidono di accogliere in casa un umanoide progettato per essere identico al bambino scomparso. Una soluzione per lenire la perdita che si trasforma molto presto in un’esperienza complessa e ambigua, in cui memoria, affetto e identità si confondono.
La presenza del robot mette alla prova il loro rapporto e li costringe a interrogarsi su cosa significhi davvero essere umani, amare e lasciare andare.

LA RENCENSIONE : Un robot in un film di Hirokazu Kore-eda. Il soggetto spiazza, considerando i punti fermi di una carriera ostinatamente ancorata su un’indagine umana e familiare ad altezza di bambino sul lutto e la perdita, la memoria, la colpa e le complesse dinamiche che uniscono e dividono infanzia e genitorialità. Possibile che l’autore giapponese più amato per il suo stile semplice e poetico si sia dato alla fantascienza? La risposta in fondo è sì e no allo stesso tempo. Ha semplicemente applicato il suo amore per l’infanzia, la sua fiducia nelle capacità dei bambini di insegnare agli adulti, regalandogli il dono, a modo suo e nel suo universo, di risolvere l’enigma sui rischi dell’intelligenza artificiale. Una parabola piena di ottimismo su un futuro in cui la natura e i morti, grazie alle energie creative dei bambini, saranno in grado di portare avanti i valori umani in armonia con la tecnologia.
Siamo in un futuro non molto distante, in cui i droni portano i pacchi, e in questo basta spingerci a oriente per osservare come faccia parte della quotidianità anche attuale, mentre delle aziende promettono il superamento del lutto attraverso l’elaborazione di copie robot, con fattezze umane totalmente identiche allo scomparso. Una coppia composta da
Otone, un’architetta, e dal marito Kensuke, proprietario di un’impresa di costruzioni, vivono in una vita in armonia e con una bella casa. Una di quelle tipiche di quelle zone d’Asia che ruota attorno a un cortile interno. Ma la morte in un incidente stradale del figlio li devasta, così come i sensi di colpa per averlo permesso, incapaci di proteggerlo. Dopo molti dubbi decidono di prendere in casa l’umanoide progettato per essere identico e condividere più dati possibili della vita del figlio.
Una sfida che affrontano con pudore, in cerca di un lenitivo per la terribile perdita, mentre
Hirokazu Kore-eda parte da un assunto etico chiaro. Rispondere all’interrogativo su chi possieda veramente i morti. A chi appartengono? Lo fa imbevuto di una cultura lontana da quella occidentale, che come dice lui stesso nelle note di regia, “vede i morti, ma anche gli alberi e i boschi” come delle minacce. In qualche modo ostili per la vita umana. In questo senso, una storia che poteva essere dalle nostre parti un’inquietante distopia, per l’autore giapponese diventa una versione umanista del Signore delle mosche, dove la natura diventa un alleato per immaginare un futuro differente, in cui gli adulti sono anche presenti, ma al massimo servono da supporto alle mille risorse di cui è capace il bambino “resuscitato”.
Quella di di
Sheep in the box è una storia che sintetizza anche metaforicamente, come spesso in Kore-eda, la linea d’ombra, il momento di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, lasciando in dono agli adulti la forza per lasciare andare. Cosa significa essere umani? Ce lo racconta a modo suo Kore-eda, per una volta non elaborando quanto accaduto in un passato che incide sul presente, ma immaginando un futuro. Gli ingredienti formali sono i consueti, come l’abilità di emozionare con la semplicità.  (di Mauro Donzelli - Da ComingSoon)

 


 

MERCOLEDI 11/11 ore 21,00

Un film di YANN SAMUELL

Francia - Drammatico/Commedia - 102'



 

Il racconto di un viaggio interiore,
da una prospettiva laica e con due ottimi attori

LA TRAMA : Adam, un adolescente dalla vita turbolenta e Fred, una professoressa che sta attraversando un periodo difficile, non si conoscono. Eppure, grazie a un’associazione, intraprendono insieme il cammino di Santiago di Compostela. Lei ha bisogno di rimettere ordine nella sua vita, lui di placare la sua rabbia e il suo sentimento di abbandono. Chilometro dopo chilometro, lungo le incantevoli tappe del cammino, tra scontri, stanchezza e momenti felici, i due costruiscono a poco a poco un legame delicato. Di fronte alle difficoltà del cammino, entrambi impareranno che ogni passo può essere una rinascita e che, a volte, gli incontri più improbabili sono quelli che cambiano davvero la vita.
Basato sul romanzo “Marche et invente ta vie” di Bernard Ollivier, ispirato a molte storie vere.

LA RENCENSIONE :  Fred è un'insegnante sospesa dal lavoro per aver dato uno schiaffo a una studentessa. Il marito medico le ha chiesto il divorzio e sua figlia Nina è sempre più distante. Grazie a un'amica scopre l'esistenza di un'associazione che si occupa di ragazze e ragazzi con problemi, organizzando anche cammini definiti marce di rottura. Nonostante qualche timore da parte di un dirigente dell'associazione, Fred ottiene l'autorizzazione ad accompagnare il pluridenunciato Adam in un viaggio di tre mesi sul cammino per Santiago scelto dal ragazzo in alternativa alla detenzione. Il rapporto tra i due non si presenta come facile e non lo sarà.
Yann Samuell prende spunto da progetti di reinserimento attivi in Francia per raccontare una vicenda con due protagonisti che sanno come tenersi reciprocamente testa.
Non fatevi suggestionare negativamente dalla musica, decisamente enfatica, che accompagna i titoli di testa. Si tratta di uno dei pochi e veniali peccati di un film il cui regista (che nel corso della carriera ha affrontato generi diversi e ha saputo raccontare le tensioni dei più giovani nel remake de La guerra dei bottoni) ha dichiarato che ogni generazione ha la responsabilità di quella successiva e anche di quella precedente. Se la prima parte dell'affermazione può risultare chiara, la seconda trova una sua spiegazione in questo film. Perché i figli possono confermare, portandone su di sé le tracce, gli errori dei genitori oppure trasformarli con fatica in positività.
In una prospettiva laica il viaggio verso una meta è cammino di introspezione e di conoscenza, occasione di revisione critica, di riflessione sui propri comportamenti. Ed è con questo obiettivo che l'associazione "Seuil" (che significa soglia) opera favorendo il cammino di transizione verso Santiago da parte di giovani che hanno carichi pendenti o comunque situazioni di grave disagio sulle spalle.
È quanto affrontano l'insegnante Fred e il quasi maggiorenne Adam, entrambi con problemi che nel ragazzo si manifestano con aggressività e rifiuto delle regole. Samuel, grazie alle più che efficaci interpretazioni della rodata Alexandra Lamy e del giovane Julien Le Berre, riesce ad offrire, con grande aderenza alla realtà, l'alternarsi di fasi di avvicinamento tra le due personalità con altre in cui ogni possibile tentativo di rapporto sembra destinato già in partenza al fallimento.
Un personaggio che appare attorno a metà film esprime con questa battuta il proprio punto di vista sul ragazzo: "Molti sono compassionevoli per qualche minuto e poi se ne vanno. Adam non ha nessuna compassione ma resta". Potrebbe cambiare il 'non ha' con 'sembra non avere'. Perché Il ragazzo ha subito troppe frustrazioni gravi per poter ammettere con se stesso di avere bisogno di aiuto mostrando il suo lato debole. Le reazioni di Fred sono quelle dell'insegnante che sa riconoscere queste debolezze ma non sempre riesce a sopportarne l'impatto.
Tutto ciò seguendo il percorso di quel camino che ZALONE ha fatto diventare buen per il box office e che qui viene proposto in una luce totalmente diversa; che affronta il versante religioso mettendone in luce l'occasione di crescita personale che può offrire anche a chi vi partecipa con spirito laico non prevenuto. Il rap, Schubert e il canto gregoriano possono convivere.  (di Giancarlo Zappoli - da MyMovies)