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LA
TRAMA : Buenos Aires,
2008. Dopo trentatré anni, trascorsi in Italia, Mariano
Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo
contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono
e resero schiavo durante la dittatura militare. Insieme
ad altri sopravvissuti è ospitato negli alloggi del
Ministero della Giustizia, dove ritrova persone che
hanno condiviso la prigionia e attende il giorno della
sua deposizione. Le giornate trascorse con gli altri
testimoni, gli incontri e le testimonianze riportano
alla luce vicende rimaste in sospeso per decenni.
Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia
e porta con sé un peso che nessuna sentenza può
alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a
confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.
LA
RENCENSIONE : Si era fatto conoscere con un film
molto duro e apprezzato, Garage Olimpo,
diventato un punto di riferimento per il racconto al
cinema delle torture della dittatura militare in
Argentina degli anni ’70. A ventisette anni di distanza,
Marco Bechis torna a raccontare
quegli anni, passando dalla denuncia in diretta delle
violenze e dei migliaia di desaparecidos al tentativo di
superare quei drammi con la suturazione successiva a un
processo agli ufficiali di quel regime.
Meno autobiografico di Garage Olimpo,
che era per lo più la sua storia personale,
Ritorno a Buenos Aires si concentra su un
medico, Mariano Guerra (Adriano Giannini)
che, nel 2008, a trentatré anni di distanza dai fatti,
tutti trascorsi in una sorta di doloroso isolamento in
Italia, deve decidere se tornare per la prima volta, da
allora, in Argentina per testimoniare oppure
no contro i torturatori che lo sequestrarono
e schiavizzarono per più di due anni, rendendolo una
sorta di kapò, costretto a collaborare mettendo a frutto
le sue competenze di studente di medicina.
È il punto di innesco di un percorso di risveglio di
Guerra - nomen omen - che per tanta parte della sua vita
è rimasto in un limbo fra il presente
vissuto cercando di salvare vite e un passato in cui non
è riuscito a farlo con tanti dei suoi compagni di
prigionia. Un uomo che vive ogni giorno la
sindrome del sopravvissuto, quella condizione comune a
tante tragedie scampate, legata al senso di colpa
dell’essere rimasto in vita. La decisione finale di
andare lo pone di fronte a un viaggio indietro nel
tempo, mentre riconosce i volti di tanti come lui
chiamati a deporre, in alcuni casi però non ben
disposti. Li sistemano in una serie di stanze lungo un
corridoio in un edificio del Ministero della Giustizia,
facendogli quasi rivivere quel ciclo di
vicinanza scandita da lunghe nottate insonni vissute in
prigionia.
Mentre attende il giorno della sua
deposizione le giornate trascorrono familiarizzando, o
quantomeno tentando di farlo, recuperando frammenti
vissuti in comune, ricordi lontani, riportando alla
mente e al presente vicende nascoste in un angolo
protetto da mille cassaforti della sua mente. Il senso
del passato, la pesantezza della sua condizione e della
colpa che lo perseguita per aver dovuto supportare il
medico titolare delle stanze delle torture, caratterizza
le giornate in una Buenos Aires solare e frenetica, in
contrasto straniante fra la sua modernità
attuale e la cupezza di Mariano Guerra e degli altri
personaggi, insieme ai militari sotto processo,
catapultati dal passato.
Ma non solo solo i compagni di allora, e in oltre due
anni sono tanti quelli che ha visto passare, a
sconvolgerlo, ma anche, se non soprattutto, le nuove
generazioni, come la figlia di una compagna di militanza
di allora, con cui all’inizio non vuole parlare. Ma in
un modo o nell’altro si rende conto come le
eventuali sentenze, colpevoli e accusatori, tutto quell’enorme
apparato in cerca di giustizia serva principalmente
affinché le nuove generazioni possano vivere il loro
futuro almeno con una parvenza di normalità.
Rievocando visivamente la labirintica frammentazione dei
ricordi di Guerra, in una Buenos Aires spesso ripresa
dalla alto dei suoi grattacieli, Bechis
scava senza remore nell’anima profonda del suo
protagonista, supportato da un ottimo Giannini, che
riesce a rendere il trauma senza facili scorciatoie,
nella frontalità del dolore fisico e mentale che
riemerge dal passato. (di Mauro
Donzelli - da ComingSoon) |