* O R A R I *

  Giovedì 05/11   Riposo
     
  Venerdì 06/11   Ore 21,00
     
  Sabato 07/11   Ore 18,30 - 21,00
     
  Domenica 08/11   Ore 15,30 - 18,00 - 20,30
     
  Martedì 10/11   Ore 21,00

 




 


Un film di ANDREI ZVIAGUINTSEV

 Francia/Germania - Drammatico/Thriller - 135'


Gran Premio della Giuria - Festival di Cannes
Selezionato dalla Francia per gliOscar



 

Andrey Zvyagintsev dirige con maestria impressionante e rigorosa
una cupa parabola sulle relazioni, i confini della libertà
e l'operazione speciale russa in Ucraina

Un quadro bruciante che Minotaur illustra
alla perfezione e in modo implacabile.


La TRAMA : Minotaur
, il film diretto da Andrey Zvyagintsev, è ambientato in Russia nel 2022. Gleb, un affermato dirigente d’azienda, vive in una città di provincia con la moglie Galina e il figlio, conducendo un’esistenza apparentemente stabile e sotto controllo.
Ma dietro questa facciata ordinata iniziano ad accumularsi crepe sempre più profonde. Difficoltà professionali, decisioni drastiche come il licenziamento dei suoi dipendenti e un contesto globale sempre più instabile mettono in crisi ogni certezza. Quando scopre il tradimento della moglie, l’equilibrio costruito con cura si spezza definitivamente. Le tensioni personali e lavorative si intrecciano, trascinandolo in una spirale di rabbia, frustrazione e perdita di controllo.
Il mondo regolato e prevedibile si trasforma così in un terreno instabile, conducendo Gleb verso un punto di rottura pericoloso, in cui la violenza diventa una possibilità concreta e inquietante...

La RECENSIONE : "E allora, che cosa vuoi ? - Vivere". È tra il tumulto provocato da una foto di famiglia e il pantano dei sentimenti coniugali che preludono a un risveglio e a una catena di reazioni istintive dalle pesanti conseguenze, che il brillante regista russo in esilio Andreï Zviaguintsev ha deciso di immergersi con il suo nuovo film Minotaur, svelato in concorso al 79mo Festival di Cannes, nove anni dopo il suo ultimo lavoro (Loveless, Premio della giuria sulla Croisette, dove il regista aveva anche conquistato il Premio per la sceneggiatura nel 2014 con Leviathan). Ma lanciandosi in un libero adattamento de La donna infedele di Claude Chabrol (1969), il regista aveva in mente un’idea ben più ampia che non il semplice esporre (cosa che fa in modo rimarchevole) le dinamiche di una crisi matrimoniale acuta, covata nel silenzio (sospetti, indagine, scoperta del tradimento, scelta del modo di affrontare la situazione, ecc.) prima dell’esplosione. Perché, a partire da questo angolo personale, quasi un thriller coniugale, è in realtà uno specchio della Russia nel 2022, agli inizi della ormai tristemente celebre "operazione speciale" in Ucraina (che ha innescato la guerra che conosciamo) quello che Zviaguintsev tesse metodicamente con una finezza affilata e un savoir-faire eccezionale.

"Niente sarà mai più come prima, bisogna adattarsi". È una doppia, enorme perturbazione a irrompere nell’esistenza più che agiata dell’imprenditore Gleb (
Dmitriy Mazourov), membro della ristretta cerchia dell’oligarchia locale (di una città di provincia anonima). Da una parte, comincia a sospettare che la moglie Galina (Iris Lebedeva) lo tradisca e si lancia in un’indagine discreta per cercare di vederci chiaro e saperne di più. Dall’altra, dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina regna il panico generale: i suoi dipendenti, come tanti altri, si chiedono se sia il caso di fuggire all’estero e le autorità gli richiedono con urgenza un elenco di 14 nomi nel quadro della mobilitazione parziale. Ma anche sotto pressione, al confine tra vita privata e pubblica, in una situazione che gli sfugge completamente di mano, Gleb è abituato ad andare dritto al punto: "Bisogna agire con intelligenza, è un errore muoversi per primi, bisogna far paura, afferrare di scatto, minacciare guardando dritto negli occhi". Una linea di condotta che avrà terribili ripercussioni…

"Vi diremo tutto quello che c’è da sapere". Costruendo la sceneggiatura (con Simon Liachenko) come una partita a mosca cieca, Andreï Zviaguintsev dà prova di una temibile abilità, introducendo molto gradualmente il contesto politico (il vero soggetto del film) sotto le tribolazioni del marito tradito (il cui bagagliaio dell’auto vedrà avvicendarsi una bicicletta, la spesa e un cadavere avvolto in un tappeto). Muovendosi da un livello all'altro con intensità crescente, la trama delinea una metafora incisiva del decadimento morale, della cultura del denaro, del potere, dell'istinto di possedere ciò che si crede essere il proprio territorio e che anela alla libertà (sua moglie e, per estensione, l'Ucraina), del crimine e dell'impunità. Una palude senza fondo di cui il cineasta distilla le risonanze in modo via via più esplicito (sigla Z, manifesti di propaganda, colonna di carri armati, un amputato, soldati, centro di reclutamento e discorso patriottico-delirante con prete ortodosso a sostegno) senza mai mollare il filo conduttore teso e dettagliato del faccia a faccia simbolico tra il marito e sua moglie. Il tutto filmato in un’atmosfera di cupo rintocco crepuscolare, con una moltitudine di suggestioni inserite organicamente e con sottigliezza nello svolgimento di una narrazione asciutta e formidabilmente controllata, dove gli anti-eroi antepongono i propri interessi individuali a qualsiasi altra considerazione, per preservare la loro posizione elevata e i loro sogni d’eternità, mandando senza alcun rimorso il popolo a farsi ammazzare. Un quadro bruciante che Minotaur illustra alla perfezione e in modo implacabile.      (di