Tutto questo preambolo per
dire che Lo straniero, in Concorso a Venezia 82, è un vero banco di
prova per un regista prolifico e irrequieto come François Ozon, un film che deve
misurarsi anzitutto con il libro originale, un testo tanto studiato e celebrato
quanto poco incastonato nella memoria delle immagini. E Ozon, un cinefilo
appassionato che cerca sempre di confrontarsi con i classici, non può non
plasmare la sua visione a partire dal cinema coevo al periodo di Camus.
Lo fa con un’operazione formale di grande eleganza, piuttosto colta e comunque
in dialogo con il pubblico, costruendo un film accecato dal bianco e nero di
Manu Dacosse che non solo parte con alcune caratteristiche dei film a cavallo
tra gli anni Trenta e Quaranta (i loghi delle case di produzione, la pittoresca
cartina dell’Africa per collocare l’azione, perfino una sala in cui si proietta Le
Schpountz di Marcel Pagnol con Fernandel), ma ricrea senza onanismi
inquadrature e prospettive in linea con quelle produzioni.
Lo scarto sta nell’abilità di un regista che si conferma intellettuale delle
emozioni: il passato non va restituito nella sua plasticità imbalsamata ma deve
essere riformulato e ripensato per riconoscerne la vitalità oltre il décor. E
così l’approccio nella penetrazione del protagonista: da teorico del melodramma,
Ozon non può non impegnarsi nella disperata ricerca del sentimento, del trauma,
dell’umanità di un personaggio indecifrabile per tutti coloro che ne incrociano
il cammino.
E trova in Benjamin Voisin – un angelo caduto da lui scoperto nel non
dimenticato Estate ’85 – un attore monumentale per la capacità di
incarnare noia e dolore, pacatezza e vigore, apatia e divismo. Con gli echi di
quei Philipe (la malinconia del condannato) e Delon (l’inquietudine del diavolo)
che non ne furono interpreti, Voisin dà vita a Meursault, un modesto impiegato
che vive nell’Algeri colonizzata dai francesi del 1938. Dopo aver partecipato al
funerale della madre senza versare una lacrima, inizia una relazione occasionale
con l’intraprendente Marie (Rebecca Marder, meravigliosa), si lascia coinvolgere
nei guai del losco vicino di casa (l’infallibile Pierre Lottin, altro feticcio
di Ozon), finché su una spiaggia, in una giornata torrida, viene arrestato per
aver sparato cinque colpi di pistola contro un arabo che minacciava l’amico.
Ozon intreccia i piani senza confondere, entra nella mente del prigioniero per
incaricarsi del mistero di un gesto ma anche di una vita, esalta
l’inaccessibilità del protagonista attraverso i suoi rapporti con gli altri
personaggi. E ci informa dell’attualità de Lo straniero esplorandone il
significato prismatico.
Straniero negli affetti: nel legame con una madre amata ma con cui “non aveva
più niente da dirsi”, come dice lo strambo vicino che ha perso il cane (Denis
Lavant, che porta sempre in dote qualcosa che mette in crisi l’ordine delle
cose); nella relazione con la fidanzata desiderata fisicamente e forse
emotivamente ma alla quale non sa dire parole d’amore perché “non è importante”;
in quelle con gli amici o presunti tali.
Straniero nelle istituzioni, perché l’argomento dell’accusa – quanto quello
della difesa per altri versi – non consiste nella condanna dell’atto criminale
in sé (“Non sarai né il primo né l’ultimo ad aver ucciso un arabo”) ma
nell’imputazione del figlio ingrato, del fidanzato indifferente, dell’amico
violento, in sintesi dell’uomo da eliminare perché divergente rispetto alle
norme, costituite e non.
E straniero, in definitiva, in un mondo che sembra aver subito dimenticato la
vittima, sfruttando l’omicidio “minore” di un colonizzato per mettere sul banco
degli imputati ciò che la Francia colonialista non vuole essere, l’immagine di
un’invulnerabilità minacciosa che forse, infine, solo un sacerdote riesce a
concepire (Swann Arlaud, straordinario momento di teatro e verità).
Lo straniero diventa, così, un grande dramma – mélo, politico legal,
thriller, spirituale – non-detto di una nazione che non ha fatto i conti con i
fantasmi di un passato violento, con le teste mozzate per dimostrare una
superiorità che si mette in competizione con Dio, con il perturbante testimone
di una profonda e radicata apatia (“Non sono pentito: sono annoiato”) che non è
solo lo specchio oscuro di un secolo ma anche uno spettro che continua a
angosciare e a spiazzare chi difende le convenzioni sociali.
(di Lorenzo Ciofani - da Cinematografo.it)
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