Il film, ispirato
all'omonimo romanzo di Daniele Mencarelli, restituisce
il percorso di un giovane ragazzo dalla perdizione più
sofferta ad una speranzosa rinascita.
Sinossi :
Marco ha 20 anni e una
grande capacità di sentire, avvertire ed empatizzare con
il dolore del mondo, scrive poesie, e cerca nell’alcool
e nelle droghe “la dimenticanza”, quello stato di
incoscienza impenetrabile anche all’angoscia di esistere
e di vivere.
Beve tanto Marco,
beve troppo. È in fuga dal dolore ma soprattutto da se
stesso. Per vivere si deve anestetizzare, dice. È
incapace di “stare” nelle cose, a meno che il tasso
alcolico del suo sangue non sia altissimo, e si è
allontanato da tutti, amici e fidanzata, spaventati
dalla sua voglia di distruggersi.
Anche il padre,
testimone di questo lento suicidio, è incapace di
gestire tanta sofferenza ma tenta almeno di “esserci”,
la madre è mancata da qualche anno lasciato un grande
vuoto…
La RECENSIONE di Carola Proto - ComingSoon
"Non
sono mai stato tanto attaccato alla vita" - scriveva
Giuseppe Ungaretti nella poesia
"Veglia", rievocando la guerra e una
nottata passata accanto a un soldato ucciso. Forse
questo splendido verso c'entra poco con La
Casa degli Sguardi, ma in un caso come
nell'altro si parla della capacità dell’uomo di
resistere e di esistere, e anche della voglia di
continuare a esistere, aggrappandosi con le unghie e con
i denti a una speranza o acchiappando la coda di un
sogno.
Il
sogno... tutti ne hanno uno, persino il protagonista del
primo film di finzione di Luca Zingaretti.
Marco detto
Marcolino vorrebbe diventare un poeta. In
realtà già lo è, e infatti ha un editore, ma la sua
fragilità, insieme al lutto mai elaborato per la morte
di sua madre, lo porta a bere fino a stordirsi e a
diventare irascibile, con grande costernazione di suo
padre che fa il tranviere in una Roma lontana dal centro
e guida quel 19 che è diventato il protagonista muto di
un libro di Edoardo Albinati. È
stanco di raccontare ai medici sempre la stessa
filastrocca il papà di Marco, e
così, aiutato da un amico, gli trova un posto in una
cooperativa di pulizia del Bambin Gesù, ospedale
pediatrico nel quale il dolore è amplificato perché non
c’è nulla di più tragico della morte di un bimbo. Eppure
il dolore a volte "serve", ma Marcolino
questo non lo sa, e non sa che non può esserci rinascita
senza dolore e nemmeno gioia, e allora cerca di
scomparire nell'oblio e di raggiungere "la
dimenticanza", magari l'atarassia. Il ragazzo, però,
sembra aver scordato che ogni uomo combatte una
battaglia e soprattutto che nessuno si salva da solo. In
tal senso, più che un film sulla resilienza,
La Casa degli Sguardi parla
dell'importanza di esserci per gli altri e di rispettare
e accogliere le loro debolezze. Per farlo non c’è
bisogno di tante parole: basta una piccola attenzione,
un gesto. Per questa ragione Zingaretti,
che interpreta il papà di Marco,
non si perde in dialoghi eccessivamente lunghi o
compiaciuti, ma preferisce fotografare espressioni e
sguardi, anche perché si può comunicare e diventare
amici anche pulendo una vetrata insieme in religioso
silenzio, per poi condividere aspirazioni e desideri.
Siamo lontanissimi, ne
La Casa degli Sguardi, dalle
commedie o dai drammi borghesi. A questi,
Luca Zingaretti oppone un cinema
"popolare", laddove popolare non vuol dire facile, anche
perché non è di malattia mentale che si parla ma di
qualcosa di ben più complesso che potremmo chiamare,
d’accordo con Eugenio Montale, "male di vivere". Il film
dell'ex Commissario Montalbano,
inoltre, ci mostra un'umanità che non ha il tempo di
annoiarsi, perché dopo un turno di 8 ore vuole soltanto
un po' di riposo. Eppure quelle 8 ore sono importanti,
sembra volerci dire Zingaretti,
e non a caso il film è anche una riflessione sul lavoro,
che salva e che nobilita. Il primo articolo della nostra
Costituzione ci insegna che "L’Italia è una repubblica
democratica fondata sul lavoro", il che significa che il
lavoro è un diritto inalienabile e tale deve restare
nonostante le intelligenze artificiali, lo smart working
e i "padroni" che licenziano e riducono gli stipendi.
Per Marcolino, ma anche per
ognuno di noi, il lavoro significa rapporti umani e
solidarietà, soddisfazione e fuga dai demoni interiori,
orgoglio e crescita, senso di appartenenza e dignità,
soprattutto dignità. Non a caso Marco,
dopo una giornata di durissimo lavoro, dice ai colleghi:
“È la cosa più bella che mi è capitata da un sacco di
tempo”.
La Casa degli Sguardi è anche un
film sul rapporto padre/figlio e sulla tendenza dei
genitori a non aver fiducia nei figli e a
sottovalutarli. Infine Zingaretti,
che da buon romanista trova il modo di dare una stoccata
alla Lazio, celebra la poesia (e quindi l'arte) e la
bellezza, che hanno un grande potere salvifico. In una
scena del film qualcuno cita i poeti maledetti, che
sappiamo inclini al consumo smodato di droga e di alcool
perché non in grado di sopportare “le frombole e i dardi
dell'oltraggiosa fortuna". Il poeta
Marcolino, al contrario, ha la possibilità
di trasformare il dolore in arte. Lo farà? Non saremo
certo noi a dirvelo. Possiamo invece rivelarvi che
Gianmarco Franchini è di una
bravura incredibile e quasi spiazzante, e che sono i
suoi occhi spalancati l'immagine più potente del film,
di cui ricorderemo con tenerezza anche il borsello e la
camicia a maniche corte del personaggio di
Luca Zingaretti. Dietro c'è tutto un mondo,
ed è un mondo in cui semplicità non fa rima con
stupidità e la felicità è una sera in terrazza a fumare
il sigaro e a sperare in un domani migliore. |