|
Khaled ha dodici anni e vive vicino a Ramallah. Il mare è a
un’ora di distanza, eppure sembra irraggiungibile: permessi,
posti di blocco, divieti. Il giorno della gita scolastica tutto
pare finalmente possibile, finché al checkpoint le autorità lo
fermano e lo rispediscono indietro. Umiliato e determinato,
Khaled scappa e si mette in viaggio da solo verso il
Mediterraneo, senza conoscere la lingua né la strada. Quando
Ribhi, suo padre, scopre che il figlio è scomparso, lascia il
lavoro e lo cerca attraversando città e periferie, consapevole
che ogni controllo può costargli l’arresto e l’unica fonte di
reddito. Tra tensione e tenerezza, The Sea trasforma un tragitto
breve in un’odissea e un desiderio semplice in una sfida per la
dignità, l’infanzia e la libertà di muoversi. The Sea è
un coming-of-age e un road movie essenziale, che intreccia
tensione, tenerezza e un’idea semplice e potentissima:
il diritto di un bambino a sognare.
The Sea
mostra con uno sguardo umano ma netto la realtà dei checkpoint e
delle disuguaglianze vissute dai palestinesi. La sua vittoria ai
Premi Ophir (gli “Oscar israeliani”) e la conseguente candidatura
ufficiale agli Oscar 2026 hanno scatenato una reazione
durissima del governo: il ministro israeliano della Cultura
Miki Zohar ha definito il film “una vergogna” e ha
annunciato tagli/stop ai
finanziamenti pubblici agli Ophir Awards come ritorsione
politica. The Sea è un film
che ha messo in crisi la narrazione ufficiale e per questo motivo è
stato osteggiato dalle
istituzioni perché “scomodo”.
Perché vederlo ora. Perché
Gaza è ancora un’emergenza
umanitaria: anche nei periodi di tregua o riduzione delle ostilità,
restano criticità enormi su accesso
agli aiuti, sicurezza dei civili, continuità delle cure, protezione degli
operatori umanitari e possibilità reale di ricostruire una vita
quotidiana. The Sea racconta tutto con la forza di una storia
essenziale: un bambino di 12 anni che sogna di vedere il mare – a un’ora di
distanza, eppure irraggiungibile – e un padre che lo cerca rischiando tutto.
È un film che non “spiega” il conflitto: lo
fa sentire, mettendo lo spettatore davanti a ciò che spesso resta
fuori campo: l’infanzia, la
dignità, la paura, la distanza tra normalità e realtà.
La forza del film sta anche in questo cortocircuito: la “normalità” di
una grande città – lavoro, traffico, spiagge, routine – può scorrere come se
nulla fosse, mentre a pochissimi chilometri di distanza la vita è scandita
da permessi, posti di blocco, attese interminabili e dal
timore costante di essere fermati. È vicinanza geografica,
non vicinanza di diritti. The Sea rende visibile
questa frattura con un gesto cinematografico chiarissimo: trasforma un
tragitto breve in un’odissea, e un desiderio innocente in
una prova di sopravvivenza, ricordandoci che ciò che per
alcuni è banale (andare al mare) per altri può diventare un rischio reale.
Non è quindi un film “neutro” nel senso più profondo del termine: proprio
perché sceglie l’umanità invece della retorica, finisce per interrogare lo
spettatore e mettere a nudo un sistema di controllo che
incide sulla vita quotidiana, sulle relazioni familiari e persino
sull’infanzia. Con uno sguardo teso e compassionevole e con un cast in larga
parte palestinese, The Sea non pretende di spiegare tutto: fa
sentire sulla pelle cosa significa vivere dentro una distanza che è insieme
fisica, politica e morale. E invita a uscire dalle semplificazioni per
tornare all’essenziale: la dignità, l’amore, la libertà di muoversi.
|