La RECENSIONE :
Un progetto
coraggioso quello
ideato e diretto da
Yuval Abraham e
Rachel Szor, gli
stessi autori del
documentario premio
Oscar No Other
Land in
Concorso a Venezia
83. Lo spettatore
convinto di
assistere a questa
(implacabile e
struggente) opera di
documentazione deve
sapere che non verrà
a divertirsi in
sala.
Si troverà di fronte
a una successione di
immagini notturne,
che riprendono le
terrazze buie di Tel
Aviv. Un flusso di
immagini fisse,
un’unica
inquadratura in
totale, sufficiente
a raccogliere le
testimonianze di 25
soldati
dell’esercito ebreo
e di tecnici dei
servizi segreti
israeliani. Buie per
la loro sicurezza,
per renderli
irriconoscibili,
alterando anche le
loro voci, protetti
da eventuali
ripercussioni. Non
dunque una
successione di
immagini, ma un
fiotto di parole che
raccontano più una
esperienza che una
testimonianza.
Non c’è neppure il
bisogno dell’azione
sussidiaria della
musica che
risulterebbe
inutilmente
retorica. Il
montaggio è minimo,
essenziale e a dare
movimento sono gli
zoom sui palazzi
dello skyline di Tel
Aviv, con i
particolari di
alcune finestre
delle case sicure
degli abitanti della
capitale israeliana,
nella monotona
routine delle
abitudini domestiche
e di qualche inserto
di notiziari
televisivi che
riportano alcune
dichiarazioni
motivanti e
giustificanti del
Capo di Governo.
Film di inchiesta
che unisce
giornalismo e
cinema; un
documentario nato
dalla volontà di
denuncia di varie
testate del mondo
tra cui il The
Guardian che ha
preso parte alla
produzione.
Il racconto è
agghiacciante non
solo per il
contenuto delle
rivelazioni, ma per
la varietà delle
posizioni degli
intervistati davanti
a una tragedia in
cui prendere
posizione. C’è chi
manifesta il proprio
disagio, chi si
giustifica
dichiarando di aver
fatto il proprio
dovere, chi ha
silenziato la
propria coscienza
per sopravvivere e
chi, infine, ha
avvertito l’orrore
di aver partecipato
personalmente a una
catastrofe
mostruosamente
disumana. Le vittime
palestinesi non sono
visibili agli occhi,
ma rievocate dalle
immagini
accumulatesi nel
nostro immaginario
personale,
alimentato dalla
quantità di
materiale propinato
ormai da quasi tre
anni da tutte le
televisioni e i
giornali del mondo,
a partire da quel
tragico 7 ottobre
del ’23.
Distruzione e morte
restano fuori dallo
screen, ma le
risposte date agli
intervistatori
sortiscono lo stesso
effetto, forse ancor
più inquietante,
perché non vi
traspare emozione o
evidente turbamento.
A loro modo anche
gli intervistati
sono vittime: dello
strapotere di chi li
ha ingannati con
narrazioni
convincenti, ma
prive di razionalità
umana o di
confronto; e della
morfina che non
riesce a generare la
loro indignazione e
quella di un popolo
intero, anzi la
addormenta. Viene
fuori una verità
conosciuta, ma allo
stesso tempo
ignorata, o meglio a
cui non si fa caso
per non scomodare i
sensi di colpa o
risvegliare una
responsabilità
assopita.
Questa consapevole e
controllata
conoscenza richiama
l’espressione di
Francisco Goya che
nel 1799, nella
Tavola 43 dei
Los Caprichos
aveva scritto la
famosa espressione
“Il sonno della
ragione genera
mostri”. Il pittore
spagnolo, in piena
epoca nera dominata
dai toni scuri,
ricorda all’uomo
contemporaneo,
affascinato
dall’Intelligenza
Artificiale e
vigilato da una rete
invasiva e
sorvegliante, che
quando la coscienza
e la razionalità si
spengono o si
addormentano,
l’intelletto
abbandonato dalla
ragione scatena gli
incubi, l'ignoranza
e i mostri deliranti
della mente. Le
rivelazioni degli
uomini dei servizi
segreti manifestano
una diabolica
strategia di
controllo e di
eliminazione che non
distingue la persona
da ruoli e
responsabilità,
dall’età e dalle
situazioni, e
neppure da chi è
armato da chi non lo
è, anche chi è alla
ricerca di cibo per
sopravvivere.
Come non considerare
la Shoah
tragicamente subita
dagli ebrei e non
paragonarla al
genocidio subito
dalla popolazione di
Gaza? Il film ne fa
riferimento e a
ricordarlo è proprio
uno degli
intervistati di
origine polacca che
ha vissuto il
ricordo di quella
devastante
distruzione già
nella memoria dei
suoi familiari. Il
nazismo, a ragione,
era stato ed è
ancora presentato
come il male. Ma
oggi il male da che
parte sta? Così pure
la verità, dove
trovarla?
Il film aiuta a
riconsiderare tali
riflessioni e a
prendere una
posizione eticamente
onesta. E c’è da
chiedersi perché il
dolore non genera
compassione,
dialogo,
comprensione… pace.
Quanto difficile per
noi umani
l’intrinseca e
innata capacità di
comunicazione che è
a fondamento di ogni
rapporto umano. Un
processo difficile
se non si parte da
quella minima serie
di premesse
universalmente
condivise che in
verità può produrre
un valore da sempre
ricercato in tutte
le fasi della storia
umana, e cioè la
concordia celebrata
da tutte le civiltà
antiche e, al
contempo, da esse
ignorata, offesa e
tradita.
Due minuti, gli
ultimi strazianti
due minuti del film,
ci danno la misura
di una tragedia
indescrivibile che
continua a
consumarsi
inesorabilmente.
Sono gli unici che
trascorrono a Gaza,
alla luce del
giorno, tra le
macerie materiali e
interiori di una
umanità ormai
anestetizzata da
interessi e
strategie di potere.
Se lo scorso anno la
Mostra del cinema di
Venezia ci aveva
scioccato con la
voce di una bambina
di Gaza, martire
della follia umana,
in La voce di
Hind Rajab,
quest’anno con
Naza ci propone
l’agghiacciante
freddezza di una
operazione
presentata come
intervento di
difesa, ma che si
trasforma poi in
operazione di
pulizia etnica.
NAZA, a
significare effetto
collaterale,
diventato poi
indicativo di
qualcosa o di
qualcuno da
eliminare. Non un
nemico concreto, ma
qualsiasi cosa si
muova sotto le
panottiche di
controllori umani in
nome di una retorica
insensata e
persuasoria. Non
importa allora se si
tratta di un soldato
o di un terrorista:
può essere colpito
qualsiasi essere
vivente anche nella
fase della più
tenera età.
NAZA denuncia
che la morte di
tanti bambini a Gaza
è cinicamente
considerato un
effetto collaterale.
Rimane però evidente
la strategia del
genocidio perché a
morire sono i
bambini. E uccidere
i bambini, in questa
macabra “strage
degli innocenti”,
condotta con metodi
artificialmente
intelligenti, è
volontà di recidere
il futuro, recidere
la speranza,
recidere la
rinascita che i
bambini
rappresentano.
(di Renato Butera
- Cinematografo)


