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Barry è un giovane di bell'aspetto ma dalle origini modeste.
Rifiutato dalla donna che ama, intraprende la carriera militare
dopo un duello con l'avversario in amore. Stanco della vita
militare, con un espediente entra nell'esercito prussiano,
divenendo il beniamino del capitano Potzdorf. Ma anche questa
volta la fortuna gli volta le spalle e, costretto a fuggire,
diventa il compare di un raffinato avventuriero. Con la spada e
la pistola si fa largo nella bella società. Ormai è un uomo
appagato. Gli manca solo il blasone. Sposando la contessa di
Lyndon e assumendone il cognome colma la lacuna. Ma sarà un
matrimonio infelice. Il figlio della contessa, nato da un altro
matrimonio, lo odia e per molti anni progetterà una vendetta,
che si compirà quando affronterà il patrigno in duello. Barry
Lyndon perderà una gamba e i suoi averi. Un malinconico esilio
segna il suo definitivo destino.
Tratto dal noto romanzo settecentesco di William Makepeace
Thackeray, Barry Lyndon si può definire un film anomalo
nella produzione del grande Stanley Kubrick. Film di difficile
collocazione e che ha spaventato la critica al suo apparire a
causa della mancanza di una chiave di lettura che conducesse
alle origini del progetto.
Il misterioso Kubrick non ha mai chiarito le sue intenzioni. Ma
ciò non impedisce di giudicare il film una splendida anomalia.
Usando una tecnica d'illuminazione naturalistica, tutta a base
di candele, che il grande direttore della fotografia John Alcott
realizza genialmente, il film è immerso in una atmosfera che
restituisce il clima del tempo. Kubrick si è avvalso di lenti
speciali, fornite dalla Carl Zeiss e adattate da Ed Di Giulio.
Un film freddo e crudele. Ironico e mastodontico. Solenne e
malinconico. La bella voce narrante di Romolo Valli accompagna
il racconto con tono suadente e beffardo. Altro contributo
memorabile al film sono le musiche assemblate da Leonard
Rosenmann. Fra tutte spicca il trio per piano in mi bemolle di
Schubert. Gli interpreti sono usati da Kubrick come pedine di
un'invisibile scacchiera, che egli percorre seguendo un
imperscrutabile disegno metafisico.
Le leggi cosmiche e l'ineluttabilità del destino avvicinano
Barry Lyndon a 2001: Odissea nello spazio.
L'astronauta affronta i misteri del cosmo e ne è vittima, così
come Lyndon entra in un mondo che non gli appartiene, subendone
la consueta glacialità. Il film ha ricevuto quattro Oscar:
per i costumi, la fotografia, la scenografia e la musica.
(di Adriano De Carlo - MyMovies)
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L’utopia di un film, e di un regista, che voleva
raccontare la Storia (il settecento) con il cinema e la musica.
Ma allo stesso tempo realizzare una riflessione sul
senso del cinema e della Storia. La meraviglia di
Barry Lyndon è (anche) in questo
cortocircuito estetico. Kubrick mette in
scena il lungo
racconto della vita di questo avventuriero uscito dalla penna di
Wlliam Thackeray (The
Luck of Barry Lyndon,1844) che cerca in tutti i
modi di farsi cooptare dall’aristocrazia inglese. Un uomo, Barry
Lyndon (Ryan O’Neal), senza apparente
morale, nato povero e con una smania di ricchezza. Irridente ed
impenitente nei suoi atteggiamenti lascivi e iracondi. Un
antieroe che lo scrittore tratteggia con un moralismo molto
amaro. Ma non è quello l’interesse del regista.
Kubrick prende in mano il romanzo di Thackeray e vi opera un
enorme lavoro di sottrazione. Il ritmo del racconto diventa
lento e inesorabile, una voce narrante sostituisce la soggettiva
del romanzo. La maggior parte degli avvenimenti
avvengono fuori dallo schermo e lo spettatore ne è informato
dalla voce narrante. L’ascesa e la caduta dell’antieroe
settecentesco nel flusso di una Storia che ne sommerge e
dimentica l’esistenza. Come nella scena finale, senza dialoghi,
dove la malinconica Lady Lyndon (Marisa Berenson)
firma delle carte e sul pagamento destinato a Barry per il suo
esilio si ‘cristallizza’ la Storia con una data che si riesce a
leggere, 1789. E’ la rivoluzione che attende dietro l’angolo e
di cui ancora una volta l’avventuriero sarà (forse)
protagonista. La musica e la luce dominano, non solo questo
finale, ma tutto il racconto cinematografico. Creando quella
meraviglia ancora oggi inarrivabile dopo 40 anni dalla prima.
Scriveva
nel 2009 il compianto critico americano Roger Ebert, dando 5
stelline a Barry Lyndon: “Il film ha l’arroganza del
genio.
Non importa il budget o il perfezionismo tecnico. Quanti registi
– si domanda Ebert – avrebbero avuto la stessa confidenza che
riesce ad avere Kubrick nel prendere una storia quasi
irrilevante di ascesa caduta di un uomo e realizzare un’opera in
uno stile che ci impone di cambiare atteggiamento verso quel
personaggio?”. La bellezza di Barry Lyndon,
la luce pittorica e naturale di molte scene, non è al servizio
della storia. Per questo spesso è stato criticato o additato con
superficialità. Ma è uno dei livelli più alti toccati dallo
sguardo del regista di Full Metal
Jacket e
Eyes Wide
Shut.
Kubrick,
ancora una volta e forse più decisamente, sembra indicarci la
direzione: illustrandoci come il sguardo vede il mondo e la
Storia.
Barry Lyndon
vinse 4 premi Oscar: miglior scenografia, costumi, direzione
musicale e per miglior composizione musicale orginale (The
Chieftains). Girato in pellicola (Eastmancolor – 1,55:1)
per poter filmare
‘a lume di candela’ Kubrick tirò fuori
dal cassetto tre speciali ottiche che aveva acquistato dalla
Nasa un decennio prima, con un’apertura f/0.7. Obiettivi
dell’azienda tedesca Zeiss che l’agenzia spaziale aveva
commissionato per le missioni sulla Luna per fotografare la
faccia non illuminata dal sole. Secondo gli esperti sono ancora
oggi le ottiche più luminose mai prodotte in tutta la storia
della fotografia. Kubrick utilizzò il
35mm f/0.7 e il 50mm f/0.7, montate su una cinepresa modificata
per poter girare le complicare scene d’interno con la fioca luce
delle candele. La grandezza (non limitata solo
all’aspetto tecnico-fotografico) dello sforzo
archeologico/pittorico di Kubrick, purtroppo poco compreso dallo
sguardo distratto e impreparato degli spettatori nel 1975,
risiede anche in questa capacità di essere archetipo di una
visione e di una racconto già multimediale. Si
entra nella Storia con i tanti ‘zoom’ che portato lo sguardo
dentro, attraverso, l’inquadratura. Così il suo ritorno in sala
è una nuova pagina offerta a chi, per ragione anagrafiche, ha
mancato quella possibilità. L’ambizione di un progetto che
ancora oggi nell’epoca della percezione ad alta definzione (o 4K
e via dicendo) è una lezione per improvvisati e smemorati
aspiranti registi. (di FrancescoMaggi -
SentieriSelvaggi) |