* BARRY LYNDON *

LUNEDI 16/3
in Originale Sottotitolato

MARTEDI 17/3
in Versione Doppiata


 


Un film di  STANLEY KUBRICK

Interpreti: Ryan O’Neal, Marisa Berenson
Patrick Magee, Hardy Krüger, Steven Berkoff

Gran Bretagna - Drammatico - Anno 1975 - 180 minuti

Barry è un giovane di bell'aspetto ma dalle origini modeste. Rifiutato dalla donna che ama, intraprende la carriera militare dopo un duello con l'avversario in amore. Stanco della vita militare, con un espediente entra nell'esercito prussiano, divenendo il beniamino del capitano Potzdorf. Ma anche questa volta la fortuna gli volta le spalle e, costretto a fuggire, diventa il compare di un raffinato avventuriero. Con la spada e la pistola si fa largo nella bella società. Ormai è un uomo appagato. Gli manca solo il blasone. Sposando la contessa di Lyndon e assumendone il cognome colma la lacuna. Ma sarà un matrimonio infelice. Il figlio della contessa, nato da un altro matrimonio, lo odia e per molti anni progetterà una vendetta, che si compirà quando affronterà il patrigno in duello. Barry Lyndon perderà una gamba e i suoi averi. Un malinconico esilio segna il suo definitivo destino.
Tratto dal noto romanzo settecentesco di William Makepeace Thackeray, Barry Lyndon si può definire un film anomalo nella produzione del grande Stanley Kubrick. Film di difficile collocazione e che ha spaventato la critica al suo apparire a causa della mancanza di una chiave di lettura che conducesse alle origini del progetto.
Il misterioso Kubrick non ha mai chiarito le sue intenzioni. Ma ciò non impedisce di giudicare il film una splendida anomalia. Usando una tecnica d'illuminazione naturalistica, tutta a base di candele, che il grande direttore della fotografia John Alcott realizza genialmente, il film è immerso in una atmosfera che restituisce il clima del tempo. Kubrick si è avvalso di lenti speciali, fornite dalla Carl Zeiss e adattate da Ed Di Giulio. Un film freddo e crudele. Ironico e mastodontico. Solenne e malinconico. La bella voce narrante di Romolo Valli accompagna il racconto con tono suadente e beffardo. Altro contributo memorabile al film sono le musiche assemblate da Leonard Rosenmann. Fra tutte spicca il trio per piano in mi bemolle di Schubert. Gli interpreti sono usati da Kubrick come pedine di un'invisibile scacchiera, che egli percorre seguendo un imperscrutabile disegno metafisico.
Le leggi cosmiche e l'ineluttabilità del destino avvicinano Barry Lyndon a 2001: Odissea nello spazio. L'astronauta affronta i misteri del cosmo e ne è vittima, così come Lyndon entra in un mondo che non gli appartiene, subendone la consueta glacialità.  Il film ha ricevuto quattro Oscar: per i costumi, la fotografia, la scenografia e la musica.  (di Adriano De Carlo - MyMovies)

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L’utopia di un film, e di un regista, che voleva raccontare la Storia (il settecento) con il cinema e la musica. Ma allo stesso tempo realizzare una riflessione sul senso del cinema e della Storia. La meraviglia di Barry Lyndon è (anche) in questo cortocircuito estetico. Kubrick mette in scena il lungo racconto della vita di questo avventuriero uscito dalla penna di Wlliam Thackeray (The Luck of Barry Lyndon,1844) che cerca in tutti i modi di farsi cooptare dall’aristocrazia inglese. Un uomo, Barry Lyndon (Ryan O’Neal), senza apparente morale, nato povero e con una smania di ricchezza. Irridente ed impenitente nei suoi atteggiamenti lascivi e iracondi. Un antieroe che lo scrittore tratteggia con un moralismo molto amaro. Ma non è quello l’interesse del regista. Kubrick prende in mano il romanzo di Thackeray e vi opera un enorme lavoro di sottrazione. Il ritmo del racconto diventa lento e inesorabile, una voce narrante sostituisce la soggettiva del romanzo. La maggior parte degli avvenimenti avvengono fuori dallo schermo e lo spettatore ne è informato dalla voce narrante. L’ascesa e la caduta dell’antieroe settecentesco nel flusso di una Storia che ne sommerge e dimentica l’esistenza. Come nella scena finale, senza dialoghi, dove la malinconica Lady Lyndon (Marisa Berenson) firma delle carte e sul pagamento destinato a Barry per il suo esilio si ‘cristallizza’ la Storia con una data che si riesce a leggere, 1789. E’ la rivoluzione che attende dietro l’angolo e di cui ancora una volta l’avventuriero sarà (forse) protagonista. La musica e la luce dominano, non solo questo finale, ma tutto il racconto cinematografico. Creando quella meraviglia ancora oggi inarrivabile dopo 40 anni dalla prima.
Scriveva  nel 2009 il compianto critico americano Roger Ebert, dando 5 stelline a Barry Lyndon: “Il film ha l’arroganza del genio. Non importa il budget o il perfezionismo tecnico. Quanti registi – si domanda Ebert – avrebbero avuto la stessa confidenza che riesce ad avere Kubrick nel prendere una storia quasi irrilevante di ascesa caduta di un uomo e realizzare un’opera in uno stile che ci impone di cambiare atteggiamento verso quel personaggio?”. La bellezza di Barry Lyndon, la luce pittorica e naturale di molte scene, non è al servizio della storia. Per questo spesso è stato criticato o additato con superficialità. Ma è uno dei livelli più alti toccati dallo sguardo del regista di Full Metal Jacket e Eyes Wide Shut. Kubrick, ancora una volta e forse più decisamente, sembra indicarci la direzione: illustrandoci come il sguardo vede il mondo e la Storia.
Barry Lyndon vinse 4 premi Oscar: miglior scenografia, costumi, direzione musicale e per miglior composizione musicale orginale (The Chieftains). Girato in pellicola (Eastmancolor – 1,55:1) per poter filmare ‘a lume di candela’ Kubrick tirò fuori dal cassetto tre speciali ottiche che aveva acquistato dalla Nasa un decennio prima, con un’apertura f/0.7. Obiettivi dell’azienda tedesca Zeiss che l’agenzia spaziale aveva commissionato per le missioni sulla Luna per fotografare la faccia non illuminata dal sole. Secondo gli esperti sono ancora oggi le ottiche più luminose mai prodotte in tutta la storia della fotografia. Kubrick utilizzò il 35mm f/0.7 e il 50mm f/0.7, montate su una cinepresa modificata per poter girare le complicare scene d’interno con la fioca luce delle candele. La grandezza (non limitata solo all’aspetto tecnico-fotografico) dello sforzo archeologico/pittorico di Kubrick, purtroppo poco compreso dallo sguardo distratto e impreparato degli spettatori nel 1975, risiede anche in questa capacità di essere archetipo di una visione  e  di una racconto già multimediale. Si entra nella Storia con i tanti ‘zoom’ che portato lo sguardo dentro, attraverso, l’inquadratura. Così il suo ritorno in sala è una nuova pagina offerta a chi, per ragione anagrafiche, ha mancato quella possibilità. L’ambizione di un progetto che ancora oggi nell’epoca della percezione ad alta definzione (o 4K e via dicendo) è una lezione per improvvisati e smemorati aspiranti registi.   (di FrancescoMaggi - SentieriSelvaggi)