Il "porno d'autore", il "thriller erotico" del terzo millennio. Questo il "doppio sogno" cui critica e pubblico si sono abbandonati per dodici anni, aspettando quest'opera molto liberamente tratta dal romanzo di Schnitzler, progettata da Kubrick fin dal '68 e fatalmente imperfetta (l'autore non ha potuto completare il lavoro sulla colonna sonora). Perché si esce spiazzati dalla visione di questo film? Perché, sebbene siano presenti, nel film, tutti i tasselli promessi dal marketing, il puzzle che compongono risulta imprevedibile, sconcertante, perfettamente nuovo, assolutamente non riproducibile. Kubrick si serve degli aspetti psicanalitici della trama, ma soprattutto della sensualità animale dei suoi attori, per allestire un Trionfo della Morte e del Disinganno di gusto medievale, uno spettacolo di enorme potenza e vivacità che mette in scena l'impotenza dell'uomo di fronte all'ignoto, e la sue eterna dannazione terrena, che consiste nell'essere schiacciato da forze oscure, nel ritrovarsi senza memoria del passato, sperduto nel presente, incerto sul futuro, nel sapersi destinato ad una verità parziale, un'illusione onirica. Essere e sognare sono due facce della stessa realtà, che non può cancellare la Verità eterna, quella del sogno da cui non esiste risveglio. La morte ed il suo pendant nel mondo dei vivi, l'immobilità, raggelano e dominano ogni scena. Lo spazio è popolato di uomini e donne immobili, maschere, manichini, cadaveri, che il regista manipola fondendoli con l'arredamento. La macchina da presa predilige movimenti circolari, suadenti e perfetti, che avvolgono nelle loro spire i personaggi e li soffocano senza pietà. Le luci sfavillanti e le vetrine colorate di New York nel periodo natalizio non ingannano nessuno: prevalgono le zone d'ombra, le luci bluastre, i toni cupi. Molte sono le critiche che si potrebbero muovere al film: troppo lungo, spesso lento, avaro di emozioni, povero di suspense, scarno e tedioso come una basilica romanica. Ma le perplessità svaniscono quando si considera che la morte dell'uomo, morte non solo fisica ma soprattutto cerebrale e spirituale, non potrebbe trovare un luogo migliore per agire indisturbata. E' una visione pessimistica che non ammette replica, nemmeno quella fintamente ottimista del finale: i protagonisti, circondati dai simboli del sogno americano e della retorica familiare, decidono di abbandonarsi all'istinto e alla dissimulazione, senza più preoccuparsi di avere un cervello, un cuore, una coscienza, e nessuno ci assicura che questo garantirà loro la pace. Fatalmente imperfetto, il numero 13 della filmografia di Kubrick è un monumento del cinema, duro e cristallino come un diamante, perfettamente coerente, nel pessimismo totale e nell'inesausta cura dei dettagli, con i capolavori di questo autore, da "Barry Lyndon" a "Full Metal Jacket". Una bizzarra coincidenza: nella scena in cui Cruise entra in un bar, si ode un frammento (l'incipit del "Rex tremendae") del "Requiem" di Mozart, altro capolavoro incompiuto a causa della morte dell'autore. Ma si tratta solo di una coincidenza? (di Stefano Selleri - da Spietati)



