ORARI SPETTACOLI

  Giovedì 13/05   Ore 19.15  NOMADLAND
     
  Venerdì 14/05   Ore 19.15  NOMADLAND
     
  Sabato 15/05   Ore 19.15  NOMADLAND
      Ore 16.30  MATERNAL
     
  Domenica 16/05   Ore 19.15  NOMADLAND
      Ore 16.30  MATERNAL
     
  Lunedì 17/05   Ore 19.15  NOMADLAND
     
  Martedì 18/05   Ore 19.15  NOMADLAND
     
  Mercoledì 19/05   Ore 19.15 Rass. CRESCENDO

 


 


Il Flm più premiato dell'anno !
* Leone d'Oro al Festival di Venezia
* Miglior Film e Miglior Regia ai Golden Globe
* OSCAR Miglior Film - Miglior Regia e Miglior Interprete

Regia: CHLOE' ZHAO

Nazione: Usa - Durata: 108 min. - Genere: Drammatico

Attori: FRANCES MCDORMAND, DAVID STRATHAIRN, LINDA MAY

IL TRAILER

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L’America, il western, il cinema di Chloé Zhao. La sua è la rilettura di un genere, è la riscoperta dell’elemento fondativo di una nazione. Dalla sua macchina da presa sgorga l’eredità di John Steinbeck, di Cormac McCarthy. In The Rider – Il sogno di un cowboy si confrontava con Sam Peckinpah e L’ultimo buscadero. In Nomadland ci sono le pianure di John Ford, le montagne di Anthony Mann, le strade di Jack Kerouac, ma anche la poesia di Bruce Springsteen. Furore, le carovane, il viaggio che caratterizza da sempre la cultura degli Stati Uniti.

Il movimento non è dato solo dalle ruote sull’asfalto, ma dalla fotografia di un Paese spezzato, classista, a più velocità. Si vive come nomadi, al posto dei cavalli ci sono i van, e il nome del “furgoncino” sgangherato della protagonista Fern è “Vanguard”, Avanguardia. La città dove abitava si chiama “Empire”, Impero, ma è stata abbandonata. Un’ironia amara, la sconfitta della modernità.

Nomadland è il fantasma del capitalismo, l’ombra di un sogno che non si è mai concretizzato, l’immagine di una terra ricca di opportunità che si è dissolta. Zhao restituisce dignità alla provincia, esalta il legame tra uomo e natura. Con sguardo da documentarista, cattura i volti di chi non vuole restare indietro, di chi sceglie di non fermarsi.

Tanti primi piani, i racconti di solitudini diverse, che provano a fare comunità in mezzo al deserto. La musica di Ludovico Einaudi, il viso scavato di Frances McDormand, il libro Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century di Jessica Bruder, sono i tasselli di un mosaico che cattura la quotidianità di chi è rigettato dal sistema.

È un western senza pistole. I personaggi hanno la pelle bianca, ma potrebbero essere “indiani”. La loro riserva è tutto ciò che sta al di fuori dai canoni, dai grattacieli delle metropoli. Trovano una loro quiete la sera intorno al fuoco, come stanchi cowboy sempre in fuga da qualcosa. Sono inseguiti dai ricordi, che da memoria personale diventano coscienza collettiva. Fern ha perso il marito… Non è un tema nuovo per Zhao. Nella sua opera prima Songs My Brother Taught Me si immergeva tra i nativi di Pine Ridge per riflettere su come l’arrivo del contemporaneo influisse sui Lakota. In The Rider – Il sogno di un cowboy, il protagonista è mezzo Lakota. Sono punti di congiunzione che ritroviamo nelle vite ai margini di Nomadland, un potente affresco su un’America nascosta, dove la desolazione del paesaggio si fonde con le anime lacerate dei viaggiatori.

È un film di battaglie spesso perdute, dove gli unici datori di lavoro disposti a pagare appartengono alla cosiddetta gig economy, e l’esasperazione del consumismo sembra essere la sola via di uscita. Quindi Zhao mostra chi ha meno, chi non può e non vuole accumulare. L’unico dispositivo tecnologico di Fern è uno smartphone, che lei usa soltanto due volte nella storia. La cineasta sottolinea la fermezza, l’impossibilità di cambiare dell’essere umano attaccato ai suoi valori. A suo modo invoca una riconciliazione: mette a tacere le trombe di un mondo frenetico, e cerca il silenzio, cerca un po’ di onestà in un West senza più miti né speranze. 
(Da Cinematografo - GianLuca Pisacane)

                                                                      La RECENSIONE di CARLO CONFALONIERI

NOMADLAND di Chloe' Zhao - Il paesaggio dell'anima, il paesaggio della natura. Stessa cosa nella cifra visiva di Chloe' Zaho, che al terzo film dopo SONGS MY BROTHERS TAUGS MY (girato in una riserva Sioux) e THE RIDER (tra i rodei in Dakota Sud - di cui rimando la mia recensione del 2019), raggiunge la fusione totale fra cinepresa e interpreti ovvero Frances Mcdormand e i luoghi (come Antonioni in ZABRISKIE POINT o PROFESSIONE REPORTER). Luoghi come attori alla stregua di esseri viventi perché loro proiezioni interiori, ma ancor più loro sperimentazioni, moltiplicazioni geologiche di vissuti sentimenti memorie. Guardare attraverso un sasso bucato equivale a entrare in una dimensione tra vita e morte (come avveniva guardando nel buco della parete ne ‘LE SORELLE MACALUSO’ di Emma Dante). Perché quel sasso è appartenuto a una persona defunta, che non si abbandona ma si ricerca attraverso il viaggio.

In NOMADLAND tutti si sono messi in viaggio sui Van attraverso l'America. Non tanto perché il lavoro manca e lo cercano qua e là precariamente passando dai contratti flash di Amazon a quelli stagionali della raccolta di barbabietole. Perche' devono, vogliono viaggiare. NOMADLAND attenzione non è infatti un film sulla crisi economica Usa che ha reso molti senza casa. Fran/Frances Mcdormand precisa infatti di non essere una senzatetto, ma di non aver una casa. Perché dopo la morte del marito e la chiusura della fabbrica a Empire, piccolo centro che verrà cancellato dalle carte geografiche, Fran lascia tutto e parte. Perché la vita, la sua vita, è un viaggio e vuole riprenderlo. Quindi non è la Mona/Sandrine Bonnaire nichilista di SENZA TETTO NÉ LEGGE di Agnes Varda, né la Jiuliette Binoche de GLI AMANTI DEL PONT NEUF che va a fare la barbona sotto i ponti. A Fran - lo dice all'ufficio di collocamento - piace lavorare (frase ripetuta e fatta sua dalla Mcdormand alla consegna dell'Oscar come migliore attrice, meritatissimo per l'ulteriore perfezionamento granitico della sua arte recitativa). Fran nel viaggio diventa luce, pietra (le sue rughe lo mostrano ), alba, notte, orizzonte. E in questo film meraviglioso a cui non si può resistere, l'orizzonte è sempre davanti, dando un immenso senso di pace e serenità proprio di chi ha capito che la vita è proiettata verso la morte. E quindi va 'abitata' nei luoghi interiori ed esteriori che conducono ad essa nella libertà e nella consapevolezza spirituali. Luminoso e rasserenante, ora più che mai dopo tanto buio.   (Carlo Confalonieri)