Prossimi Film in Rassegna ore 21,00

RASSEGNA del Mercoledì
* I prossimi Film della Rassegna di Ottobre *

     Mercoledì 5/10

 

    Mercoledì 12/10

 

    Mercoledì 19/10

 

Mercoledì 26/10

 

 

MERCOLEDI' 5 OTTOBRE Ore 21,00


Genere: Drammatico/Sentimentale  Anno: 2000  Paese: Germania/Cina  Durata: 83 min

Regia: Lou Ye

Attori: Zhou Xun, Jia Hongsherg, Hua Zhongkai, Yao Anlian, An Nai

Mélo d'autore suggestivo,
tra Wong Kar-wai e Hitchcock

 

TRAMA : La donna del fiume - Suzhou River, film diretto da Ye Lou, è ambientato nei pressi del fiume Suzhou, che scorre attraverso Shanghai ed è un ricettacolo di sporcizia, caos e miseria, ma è anche un posto ricco di ricordi e di segreti. Il film racconta la storia di Mardar (Hongsheng Jia), un giovane corriere che fa le consegne in sella a una moto in ogni parte della città, senza mai porre alcuna domanda sul pacco affidatogli.
Quando un giorno gli viene chiesto da un contrabbandiere di consegnare la figlia, la sedicenne
Moudan (Xun Zhou), a sua zia, Mardar prende con sé la ragazza, ma sin da subito tra i due scatta qualcosa. Mardar e Moudan cedono all'amore, ma la ragazza inizia a pensare che il corriere l'abbia rapita per chiedere un riscatto ed è così che delusa salta dal ponte nel fiume Suzhou. Mentre la gente del posto crede che la ragazza sia diventata una sirena, Mardar viene incarcerato per omicidio.
Diversi anni dopo esce di prigione e, mentre cerca Moudan ovunque, convinto che sia ancora viva, s'imbatte nella ballerina Meimei, che gli ricorda molto quello stesso amore per cui è finito in carcere...

Con la
recensione de La donna del fiume - Suzhou River, ora nelle sale italiane nella versione restaurata che ha fatto parte del programma della Berlinale 2022, ripercorriamo due decenni di storia del cinema, in particolare quello cinese: trattasi, infatti, di un lungometraggio risalente al 2000, ma rimasto semi-invisibile per anni nonostante i numerosi apprezzamenti in Europa (vinse il Tiger Award a Rotterdam e il premio FIPRESCI, assegnato dalla critica internazionale, alla Viennale), a causa del rapporto controverso tra il regista Lou Ye e la censura cinese. Il cineasta, che fa parte della cosiddetta sesta generazione di registi del suo paese (insieme a colleghi come Jia Zhang-ke e Diao Yinan), è infatti spesso in conflitto con le autorità locali, e la sua opera seconda gli valse un divieto di esercitare la professione per due anni (e lo stesso accadde, questa volta per cinque anni, nel 2006 quando mandò il suo quarto film a Cannes senza aver prima chiesto il permesso all'ufficio censura).
Eppure, come ha spiegato il produttore introducendo la proiezione berlinese della copia restaurata (chi scrive ha visto il film in tale circostanza), La donna del fiume - Suzhou River ha continuato a godere di grande popolarità in Cina tra i cinefili giovani, ed è uno dei film nazionali più visti di sempre in patria grazie alla pirateria, dato che le difficoltà professionali di Lou Ye portarono anche al divieto di distribuirlo legalmente sul territorio cinese. Una situazione che solo di recente è cambiata, e ha quindi reso possibile il restauro della pellicola e la sua distribuzione cinematografica su larga scala, dando agli appassionati di cinema d'autore l'opportunità di (ri)scoprire uno dei titoli più importanti delle cinematografie orientali degli ultimi due-tre decenni.   (MoviePlayer)
 

 

 

MERCOLEDI' 12 OTTOBRE Ore 21,00


 

Tutto il potere dell'amore di Secret Love
Un affresco delicato eppure potentissimo

Dopo il successo a Cannes, arriva nelle sale
il racconto romantico e struggente
di una relazione nascosta.
Con un cast all-star guidato da
Colin Firth e Olivia Colman

 

TRAMA : Secret Love, film diretto da Eva Husson, è ambientato nell'Inghilterra del primo Dopoguerra tra le verdeggianti campagne inglesi e racconta la storia di una domestica, Jane Fairchild (Odessa Young), che è prima di tutto una donna con le sue emozioni, i suoi istinti e le sue passioni. Siamo in una calda primavera del 1924 e la giovane si lascia andare a una focosa avventura erotica con l'uomo, Paul (Josh O'Connor), di cui è innamorata.
Nonostante la forte passione tra i due, lui è costretto a partire per sposare la donna a cui è promesso. Questa esperienza permetterà alla domestica di iniziare a conoscere meglio se stessa, fino a esigere la libertà per poter diventare lei l'artefice del suo destino.

Lo dirige a pennellate decise Eva Husson, che
assembla un cast all cast capitanato dai due premi Oscar Colin Firth e Olivia Colman, qui nel ruolo di una coppia in lutto e alla deriva, i Niven. Il figlio dei vicini, Paul, è interpretato da Josh O’Connor (il Principe Carlo di The Crown, serie iconica di Netflix) mentre la sua amante segreta, la loro cameriera Jane, è Odessa Young. Il nome può dire poco ma il volto parla da sé: ha interpretato di recente Priscilla, la moglie del re del rock and roll nel biopic Elvis di Baz Luhrmann con Austin Butler. Più che una promessa, nel frattempo è diventata una conferma.

La storia si snoda negli Anni Venti, in alcune sonnecchiose tenute aristocratiche inglesi. Il cuore del racconto, che ispira appunto il titolo del film, si svolge durante la domenica della Festa della mamma, un’occasione di festeggiamenti raffinati ed esclusivi per il circolo dell’alta società britannica.
All’appello, con grande disappunto dei presenti, manca proprio Paul perché intento, per l’ennesima volta, a inforcare la prima via di fuga disponibile dalla sua gabbia dorata.
La libertà viene rappresentata da questo sentimento impossibile per Jane e incarnata dal susseguirsi di scene senza veli, dove l’intimità e la nudità condividono segreti impossibili da confessare a parole.
I corpi dei due giovani s’intrecciano, giocano, si rincorrono, si uniscono nel presente, nel qui e ora, perché sanno di non avere il lusso di un domani insieme. Anche
l’amore ha dei limiti piuttosto evidenti, delle barriere invalicabili, degli ostacoli insondabili.

Forse in alcuni casi, come in quello raccontato nel film, è perfetto nella sua essenza effimera e volatile, incastonato in pochissimi minuti rubati nell’ombra. Forse si scioglierebbe in pochi secondi se avesse l’ardire di varcare la soglia di casa e di uscire allo scoperto, alla luce del sole.

Un rapporto, insomma, tanto intangibile quanto totalizzante
, che la gioventù cristallizza nell’eternità, riempiendolo di speranze, illusioni, promesse.
Qui la clandestinità va ben oltre l’erotismo: diventa sete di abbandono totale, desiderio di oblio sconfinato, quindi tenerezza infinita.
Conoscere già la fine prima ancora d’iniziare a stare insieme è condanna ma anche benedizione, fino alle conseguenze estreme.  (VanityFair)
 

 

 

MERCOLEDI' 19 OTTOBRE Ore 21,00


 

Un neo-noir senza scrupoli e a rotta di collo
che guarda al cinema dei Coen
e intrattiene con mestiere

TRAMA : Nido di Vipere, film diretto da Kim Yong-hoon, racconta le difficili esistenze di un gruppo di persone tra loro sconosciute, ma legate dal destino e da una borsa piena zeppa di denaro, che a ognuno di loro occorre per motivi differenti. Joong-Man (Sung-Woo Bae) era il proprietario di un negozio ormai fallito, motivo per cui ora lavora come dipendente part-time in una sauna, prendendosi cura della madre malata. Un giorno, mentre è a lavoro, rinviene in un armadietto una borsa contenente moltissimi soldi e decide di nasconderla nel magazzino, tenendo all'oscuro anche i suoi colleghi, così da potersene appropriare in caso nessuno si presentasse a reclamarla. Tae-Young (Jung Woo-sung) è un funzionario della dogana, che deve una grossa cifra a un gangster per sanare il debito della sua ex fidanzata Yeon-Hee (Jeon Do-yeon), di cui non ha più notizie da alcune settimane. Mi-Ran (Hyeon-bin Shin), invece, è una hostess, che lavora in un bar per soli uomini, mentre a casa l'attende il marito, un uomo molto violento. Grazie a un cliente, la donna decide di sbarazzarsi una volta per tutte del coniuge, facendolo uccidere, ma le cose non andranno nel verso giusto.
I destini di questi tre personaggi e le loro vite si intrecceranno inevitabilmente, mentre ognuno di loro cerca di tirarsi fuori dai guai in cui si è cacciato.

Attorno a una borsa Louis Vuitton piena di denaro, scoperta casualmente dall'impiegato di un hotel gravato dai debiti, ruota l'interesse di una serie di personaggi: una tenutaria seduttiva e letale, un assassino, un detective con una linea di condotta singolare e altri ancora. Tra doppiogiochismi e inganni a ripetizione, il sangue scorrerà copioso.
Si può girare un neo-noir che assomiglia a un milione di altri noir e uscirne vincitori? Sì, se questo proviene dalla Corea del Sud, sede di una cinematografia che, al di là dell'Oscar a Parasite, è da anni garanzia di qualità per il cinema di genere. In particolare di questo genere, il noir, in cui ha saputo assorbire la lezione del cinema americano e di quello di Hong Kong per trovare spesso forme nuove di grande interesse.
Nido di vipere
- ma il titolo internazionale Beasts Clawing at Straws, letteralmente "Bestie che si aggrappano alla paglia", spiega tutto quel che c'è da sapere nel migliore dei modi - può vantare tutti gli ingredienti essenziali: valigie piene di soldi, donne fatali che non esitano a uccidere, indebitati in un gorgo di disperazione, tipi che si credono più furbi degli altri (ma si sbagliano). Niente che i fratelli Coen o Nicholas Ray non ci abbiano già mostrato, ma a volte anche il manierismo - se così lo si vuol chiamare - può rappresentare un godimento assoluto.
È lo stesso Kim Yong-hoon, regista al debutto che adatta un romanzo del giapponese Sone Keisuke, a riconoscere un'influenza in Fargo, ma è ancor più Non è un Paese per vecchi a tornare alla mente, per il plot basato sulla refurtiva maledetta e l'escalation di violenza spesso insensata che ruota attorno al bottino.
La struttura spezzata in capitoli, non necessariamente ordinati secondo un criterio diacronico, rimanda invece a Pulp Fiction e, prima ancora, a Rapina a mano armata di Stanley Kubrick.
Stabilito che non è quindi l'originalità il motivo di maggior interesse di Nido di vipere, a contare è soprattutto la credibilità della messa in scena e la capacità di intrattenimento. Sotto questo profilo il film di Kim garantisce il meglio possibile, affidandosi in toto a un cast di protagonisti e caratteristi consolidati. Su tutti spicca Jeon Do-yeon (The Housemaid), qui a briglia sciolta nel ruolo di femme fatale, sexy come Linda Fiorentino in L'ultima seduzione e crudele come Barbara Stanwyck in La fiamma del peccato.
Manipolatrice, senza scrupoli e del tutto amorale, Jeon è un piacere per gli occhi, che si impadronisce di ogni sequenza in cui è presente. Ma, attorno a lei, sono il ritmo serrato della sceneggiatura e il tono caricaturale e pulp della vicenda a farla da padrone e occupare nel migliore dei modi 110 minuti di film, con tanto di ciclicità tra incipit ed epilogo e continui colpi di scena che mettono a dura prova il punto di vista dei detective amatoriali presenti nel pubblico.   (MyMovies)

 

 

 

MERCOLEDI' 26 OTTOBRE Ore 21,00


 

Un film intimo e segreto come una confessione

TRAMA : L'immensità, film diretto da Emanuele Crialese, è ambientato Roma, negli anni 70: un mondo sospeso tra quartieri in costruzione e varietà ancora in bianco e nero, conquiste sociali e modelli di famiglia ormai superati. Clara e Felice (Penélope Cruz e Vincenzo Amato) si sono appena trasferiti in un nuovo appartamento. Il loro matrimonio è finito: non si amano più, ma non riescono a lasciarsi. A tenerli uniti, soltanto i figli su cui Clara riversa tutto il suo desiderio di libertà.
Adriana (Luana Giuliani), la più grande, ha appena compiuto 12 anni ed è la testimone attentissima degli stati d’animo di Clara e delle tensioni crescenti tra i genitori. Adriana rifiuta il suo nome, la sua identità, vuole convincere tutti di essere un maschio e questa sua ostinazione porta il già fragile equilibrio familiare a un punto di rottura.
Mentre i bambini aspettano un segno che li guidi, che sia una voce dall'alto o una canzone in tv, intorno e dentro di loro tutto cambia.

Presentato in concorso alla 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, al cinema L’immensità riporta Emanuele Crialese dietro la macchina da presa. Sono trascorsi più di dieci anni, infatti, da quando il cineasta romano ha presentato l’ultima volta un suo lavoro. Era il 2011 e si trattava di Terraferma, nella Selezione Ufficiale di Venezia 68.
Qui siamo di fronte a un’
opera potente, compiuta e riuscita da qualsiasi punto di vista la si osservi, ed è un piacere aver ritrovato un Autore con la lettera maiuscola.
Con
L’immensità, Crialese torna alle suggestioni e alla poesia di Respiro. Anche lì, punto focale della storia era una donna, una madre, a modo suo particolare e (narrativamente) indelebile. La Cruz, scelta come portatrice di messaggi sani e quasi magici, simbolo di una maternità fuori dal comune, compie un lavoro magistrale. E fa pregustare una seconda, consecutiva, Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.
La sua Clara possiede dolcezza, stile e fascino, coniugati all’amore incondizionato che lega un genitore ai propri bambini. Resistere agli sguardi della donna, alle sue idee esuberanti, non è assolutamente contemplabile. Come un vulcano in eruzione, travolge (e coinvolge) chiunque le sia intorno, figli e spettatori compresi. Con una bella energia pura, positiva, che si nutre di leggerezza.
Al suo fianco, una
giovanissima promessa del cinema italiano. La Giuliani, classe 2008, a dispetto della sua età, ha un grandioso passato da pilota di motociclette. Forte della sua particolare fisicità, mette in gioco una profondità d’animo toccante.
In un momento delicato quale l’adolescenza, l’identità inizia a delinearsi una volta e per tutte. Dover gestire la sensazione di non essere nel corpo giusto e accettare l’idea che forse non sarà mai possibile sentirsi a posto, complicano inesorabilmente ogni aspetto dell’esistenza. Adri/Andrea prova a godersi le piccole cose – la prima cotta, i giochi d’infanzia e gli scherzi innocenti – ma
quel peso non se ne va. Non può andarsene. Non se poi percepisce il malessere dei genitori, sebbene uno opposto all’altro.
L’immensità
fotografa uno spaccato di vita reale, solido, appassionante. Lo osserviamo attraverso lo sguardo della protagonista. E sono proprio gli occhi, tra i numerosi dettagli privilegiati dalla macchina da presa, a farsi messaggeri di sentimenti ed emozioni. Quanto viene detto tra Clara e Adri/Andrea, anche negli istanti più banali, potrebbe riempire un libro intero.
Per suggellare la portata e il valore di un’opera simile, molto vicina al capolavoro, Crialese rende omaggio a una delle artiste più amate di sempre.
Raffaella Carrà rivive in alcuni momenti topici – come la scena in cucina, sulle note di Rumore, che fa tanto pensare al cinema di Xavier Dolan, o con la rivisitazione di Prisencolinensinainciusol. Tratti del musical vengono così presi in prestito, per caratterizzare l’immaginazione di Adri/Andrea, andando ad arricchirne la figura e il contesto in cui vive.  (TaxiDrivers)