Ore 16,00  Pomeriggio al Cinema
Ore 21,00  Visione Serale


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Mercoledì 25/5   Mercoledì 8/6
* Mercoledì 18 Maggio = Uscita del Film di Prima Visione ESTERNO NOTTE
* Mercoledì   1 Giugno = Uscita del Film di Prima Visione

Mercoledì 25 Maggio



Bhutan - 110' - Drammatico
LA SCHEDA

Regia di Pawo Choyning Dorji

CANDIDATO AGLI OSCAR 2022
PER MIGLIOR FILM STRANIERO

Lunana: Il villaggio alla fine del mondo
è una piccola perla da vedere e conservare
nel cassetto dei ricordi cinematografici

SINOSSI : Un giovane insegnante del Bhutan moderno, Ugyen, si sottrae ai suoi doveri mentre progetta di andare in Australia per diventare un cantante. Come rimprovero, i suoi superiori lo mandano nella scuola più remota del mondo, in un villaggio chiamato Lunana, per completare il suo servizio. Si ritrova esiliato dalle sue comodità occidentalizzate dopo un arduo viaggio di 8 giorni solo per arrivarci. Lì non trova elettricità, libri di testo e nemmeno una lavagna. Sebbene poveri, gli abitanti del villaggio porgono un caloroso benvenuto al loro nuovo insegnante, ma Ugyen deve affrontare lo scoraggiante compito di insegnare ai bambini del villaggio senza alcuno strumento didattico. Quando sta per prendere la decisione di tornare a casa, i bambini a cui insegna e la straordinaria forza spirituale degli abitanti del villaggio inizieranno gli faranno scoprire l'autenticità di un mondo tanto lontano quanto umano.

Se, come una certa propaganda recita, il Bhutan è il Paese più felice del mondo perché i giovani sognano di lasciarlo per raggiungere il consumistico Occidente? Forse perché le sue sirene ammaliatrici cantano con una tonalità molto forte nei centri urbani. È necessario allora fare silenzio per poter apprezzare un canto differente e limpido nella sua profonda purezza. Questo è quello che Pawo Choyning Dorji chiede al suo protagonista a cui inizialmente offre tutte le caratteristiche di un giovane che si potrebbe trovare ovunque.
In Bhutan come in Australia, suo oggetto del desiderio. Ugyen ha imboccato la strada dell'insegnamento ma è convinto di non essere portato per quella professione. Lavorare per il governo, come dice alla nonna, non lo interessa. L'unico suo obiettivo è ottenere il visto per andarsene dal Paese. Costretto a prendere una strada diversa sembra non vedere l'ora di raggiungere la meta (con un lungo e faticoso percorso) per poter al più presto tornare indietro. Nulla sembra interessarlo al di là di quello che può sentire nelle sue cuffie che calza stabilmente quasi fossero un copricapo.
Lunana non è un luogo di finzione. È effettivamente un villaggio sul tetto del mondo situato lungo la catena dell'Himalaya al confine tra Bhutan e Tibet. Tutti gli abitanti sono stati coinvolti nelle riprese di una storia che potrebbe ad ogni sequenza precipitare nella retorica. Perché i bambini sono tutti simpatici e ubbidienti, perché Ugyen viene attratto dalla fanciulla più carina che ogni giorno si colloca su un'altura per offrire il suo canto all'ambiente che la circonda, perché la povertà del luogo è estrema. Il rischio viene però ampiamente superato grazie ad un elemento che si rivela fondamentale: la sincerità. Non c'è nulla di artefatto in questo film che merita la candidatura all'Oscar perché evita il documentarismo etnografico pur calandosi con estrema naturalezza in una comunità e in uno spazio che non lasciano margini a dubbi.
A Lunana si vive davvero così e, nonostante la corrente elettrica quasi sempre in blackout e le stufe che prendono vita grazie allo sterco degli yak, la vita è possibile ed ha una qualità specifica che non si può trovare altrove. Senza facili ammiccamenti ma con uno sguardo che sembra essere depurato da qualsiasi volontà dimostrativa la camera si cala in quello spazio.
Per chi conosce il cinema di Khyenste Norbu sarà facile capire che Pawo è stato suo assistente e ne ha assorbito un modo di fare cinema in cui la naturalezza non è pura improvvisazione ma, al contempo, non si lascia sopraffare dalle esigenze delle riprese. Si osservi la presenza di Pen Zam, la piccola capoclasse che vive una vita non facile come quella del suo ruolo nel film. Basta guardarla negli occhi o vederla correre via con i suoi passettini per comprendere che non recita. Vive con semplicità il suo personaggio e vivendolo ce ne trasmette la purezza e la spontaneità.  (MyMovies)

 

 

Mercoledì 8 Giugno



Francia/Canada - 102' - Drammatico
LA SCHEDA

Regia di Joana Hadjthomas e Khalil Joreige

Festival di Berlino

SINOSSI : Montréal. Il giorno di Natale Maia e la figlia Alex ricevono un misterioso pacco proveniente da Beirut. Contiene quaderni, cassette e fotografie, un'intera corrispondenza che Maia, dai 13 ai 18 anni, ha spedito da Beirut alla sua migliore amica rifugiatasi a Parigi per fuggire dalla guerra civile. Maia rifiuta di affrontare quel passato, ma Alex vi si immerge di nascosto. Scopre così, tra fantasmi e realtà, l'adolescenza tumultuosa e appassionata della madre durante gli anni Ottanta e dei segreti ben custoditi.

“Incredibile. Hanno ricostruito tutto”.
È un viaggio per riportare a galla il rimosso di ricordi dolorosi, Memory Box, film diretto da Joana Hadjithomas e Khalil Joreige, in concorso alla 71ma Berlinale.
Maia (Rim Turki) è una madre single, vive a Montreal con la figlia adolescente, Alex (Paloma Vauthier). Durante le festività natalizie le viene recapitato uno scatolone che raccoglie frammenti del suo passato, della sua giovinezza nella Beirut degli anni ’80: contrariamente alla volontà della madre, Alex inizia segretamente a rovistare in quegli oggetti. Tra fantasia e realtà, l’adolescenza tumultuosa e appassionata di Maia riprende vita, sullo sfondo della lacerante guerra civile libanese.
Fotografie, collage, audiocassette, la new wave (One Way or Another dei Blondie, tanto per citarne una) diventano l’ancoraggio non solo emotivo ma anche linguistico-visivo con cui far dialogare due generazioni, due realtà, due epoche – analogica vs. digitale – tentando così di colmare un gap, favorire un riallineamento che il silenzio, il represso, rendevano fino a quel momento impossibile.
“Ai nostri figli”, la dedica non casuale che i registi-coniugi Hadjithomas e Joreige lasciano a futura memoria a fine film. Che nasce – realmente – dai taccuini e dalle cassette che Joana spediva ad una carissima amica trasferitasi in Francia da Libano in quel periodo: dal 1982 al 1988 “ci scrivevamo ogni giorno, spedendoci foto e nastri registrati”, racconta.
Memory Box
non è il semplice resoconto di “fatti realmente accaduti”, la finzione prende le mosse dal gesto ma il film ha il grande merito di restituirne l’ampiezza di una situazione, di un periodo così fortemente drammatico, in maniera certo dissimile ma altrettanto efficace di Valzer con Bashir (2008), film con cui Ari Folman – attraverso l’animazione – riportava in superficie lo straziante massacro di Sabra e Shatila.
Lì era il subconscio, gli incubi, qui a smuovere le acque di un passato non vissuto in prima persona è l’adolescente tenuta al riparo dai ricordi materni dolorosi: fotoromanzi artigianali, collage di una giovinezza dove l’amicizia e gli amori dovevano fare i conti con le bombe e gli omicidi, immagini di repertorio e voci registrate si distendono sullo schermo, ricompongono i frammenti di un “film” vissuto ma mai restituito, che la fuga di allora mise idealmente in un ripostiglio che lo scorrere del tempo ha finito per ostruirne e negarne qualsiasi accesso.
Alex – costretta a casa da una tempesta di neve, non per questo “isolata” dagli amici grazie agli smartphone – impara così a conoscere davvero sua madre, a comprendere quanto fosse completamente diverso “tenersi in contatto” nell’epoca predigitale, come fosse più facile, altresì, perdersi per sempre in seguito ad un allontanamento “fisico”.
Maia, a sua volta – dopo l’ostinato rifiuto iniziale – può finalmente tentare di “ricostruire tutto”. Anche un presente che le consenta di ritornare lì dove non era rimasto più nulla. Perché anche quelle macerie polverose, nel corso degli anni, si sono trasformate in altro. E riabbracciare luoghi e sensazioni che dovevano essere tirate fuori da un ingombrante scatolone. Lasciando alla figlia, alla tecnologia, la possibilità di imprigionare nuovi ricordi. In time lapse.  (Valerio Sammarco - Cinematografo)