UN DIVANO A TUNISI - Che a parlare di inconscio collettivo sia un film tunisino può stupire. Ma se a dirigerlo è una regista franco-tunisina a cavallo fra Oriente e Occidente allora si capisce il perché. Manele Labidi fonde infatti due culture, quella araba e quella europea, proprio come il personaggio di Selma e sicuramente cuce su di lei i propri dubbi e le proprie cusiosità. Selma, psicanalista a Parigi, torna nella sua Tunisi con l'intento di esercitare lì la sua professione. Non a caso le note della meravigliosa LA CITTÀ VUOTA di Mina la accompagnano. Tornare a Tunisi dopo la rivoluzione e all'inizio della Primavera Araba è come metter piede su un terreno vergine, una tabula rasa, una città vuota. Il colore e il folklore della città accolgono Selma nel bene e nel male, tra ironiche pennellate di colore sociale e affondi più drammatici nel clima poliziesco della città. Ovvio che una psicanalista appare in un primo momento fuori posto, lontana dal tessuto culturale del Paese. Ma la psiche umana è un po' simile a ogni latitudine e la voglia di conoscersi si impone anche fra un bizzarro campionario umano, prima abituato solo a confidarsi dalla parrucchiera o nell’Hamam. Talora si pensa al fenomenale CARAMEL di Nadine Labaki e nel confronto appare una differenza sostanziale. L'astrazione rappresentata da Selma e dal suo ruolo, che rendono spesso surreale il racconto dietro a un tessuto grottesco. La conferma arriva da una scena assolutamente magica che fa improvvisamente svettare il film verso mete molto complesse. Quelle dell'andare oltre e del resistere con la propria forza interiore portata a galla da un lavoro su di sé. L'apparizione di Freud è non solo una grande trovata e una pagina di Cinema memorabile, è anche il senso ultimo di un film molto profondo dietro la sua aria talora scanzonata. Freud (potrebbe essere anche Jung o chiunque abbia scoperto l'inconscio e scavato in esso) è anima e confronto, è il vento della psiche che va ben oltre le rivoluzioni e le dittature. E' il vento della vera libertà, quella psicologica. Qui è la zampata di una regista che di colpo con una scena ribalta il suo film, lo spiega e lo porta in alto. Nella vera bellezza, nella vera profondità, incarnate dalla bellissima e profondamente espressiva Golsfhiteh Farahani che da Jarmush (PATTERSON) a Garrel (DUE AMICI) a Asghar Farhadi (ABOUT ELLY), sceglie e interpreta stupendamente ruoli interessanti, rendendoli indimenticabili. Come anche stavolta.  (Carlo Confalonieri)

THE ELEPHANT MAN
- Ma sono davvero passati più di 40 anni da quando vidi per la prima volta THE ELEPHANT MAN alla sua uscita nel 1980? Indubbiamente si. Mi sembra ieri, soprattutto perché ricordo quanto piansi al termine del film. Un ricordo nitido come se sentissi ancora le lacrime sul volto e in gola che non si fermavano più. Mi era accaduto solo un'altra volta da bambino PER UMBERTO D di Vittorio De Sica. Di solito controllo bene le emozioni al Cinema eppure di fronte al finale cosmico, che incornicia con un incipit altrettanto surreale la vicenda di John Merrick - esposto come fenomeno da baraccone nell'Inghilterra Vittoriana per una malformazione della testa - non ce la feci. A distanza di tanto tempo so ancora bene il perché. Non fu pietismo, nè senso di colpa per chi vive la sua disgrazia con una dignità che tu non conosci (abituato a volte a lamentarti di chissà quali sciocchezze). Fu ed è la rappresentazione di un Amore Universale, attraverso la forma più inadatta a rappresentarlo: l'orrore. L'orrore che rimuoviamo, come apice del lato oscuro dentro e fuori di noi. Nella cui messinscena David Lynch - che diventera' uno dei più grandi Maestri del Cinema e fino ad allora autore solo di uno sperimentale manifesto surrealista con ERASERHEAD (1977) - lo fonde al suo esatto opposto e al suo provvidenziale antidoto: l'Amore. THE ELEPHANT MAN, che nella filmografia di Lynch è considerato a torto il suo film più classico, in realtà è la sua opera più audace proprio per la combinazione rarissima di queste due componenti. Accade in altri capolavori: nel finale di ROSEMARY'S BABY di Roman Polanski con Mia Farrow che guarda la culla del figlio di Satana col più grande Amore materno, ma soprattutto nel capolavoro dei capolavori SUSSURRI E GRIDA di Ingmar Bergman dove solo l'Amorosa Pietà forza il confine fra vita e morte, un terreno dove nessuno vuole entrare nè nulla può accadere senza quelle armi. Lynch compie il rarissimo miracolo cinematografico di assemblare per tutto il film, praticamente in ogni sua inquadratura, queste componenti. Amore e Orrore, addirittura scambiandole e trasferendole da un personaggio all'altro. Tanti angeli attraversano il film: il Dr.Treves di Anthony Hopkins, la Mrs.Kendall di Anne Bancroft entrambi superlativi. Ci prendono per mano con la loro dolcezza e ci mostrano che l'orrore di John Merrick (John Hurt gigantesco), l'Uomo Elefante, può creare vita bellezza arte e grazia se ne entriamo in contatto e lo sappiamo guardare. Forse la cosa più difficile, ma più vicina al mistero della Vita e della Morte, l'una lo specchio dell'altra. Per questo Lynch pare abbandonare gli sperimentalismi, affidandosi alla fotografia magnifica in Bianco e Nero, di Freddie Francis. Ma anche qui non è cosi perché, in quei contrasti pittorici, vi è tutto il gotico del Francis direttore della fotografia di quel capolavoro del mistery che e' SUSPENSE (1961) di Jack Clayton tratto da IL GIRO DI VITE di Henry James. Dove ci si affaccia sul baratro dell'orrore, trasformando i fantasmi in esseri umani. Lo stesso accade in THE ELEPHANT MAN dove un 'mostro' si fa Uomo e ci insegna a esserlo. Sulla terra e fra le stelle. Sublime.  (Carlo Confalonieri)

LA VITA NASCOSTA (HIDDEN LIFE) - Ritrovare un regista immenso in un film immenso mi ha commosso.Terrence Malick il Grande. Un'idea di Cinema via via sempre più gigantesca, filosofica, ardita che proiettata all'essenziale (il senso della vita, la trascendenza, il sacro come esperienza umana) lo visualizza come un percorso sensoriale, che parte dall'interno e si proietta sull'esterno in modo meditativo, metafisico, rendendo l'immagine di una potenza inaudita. Lo fece Dreyer, lo fece Bergman, lo fa Malick e come loro fa del suo Cinema Preghiera. La via qui come nelle sue opere cardine (a mio avviso) 'I GIORNI DEL CIELO', 'THE TREE OF LIFE', 'TO THE WONDER' è un'intensificazione del vivere attraverso un ascolto interiore. Quindi le voci sono ormai quasi del tutto voice-off in forma di pensieri e le immagini percezioni di un processo di proiezione dell'inconscio. La vicenda di Franz Jagerstatter contadino del tranquillo villaggio austriaco fra le montagne di St Radegund, arruolato dal Fuhrer (nato non molto lontano a Branau) dopo la germanizzazione dell'Austria, che si rifiuterà fino alla decapitazione di giurare fedeltà a Hitler è la rappresentazione del Grande Bene che si oppone al Grande Male. In modo irrazionale, persino contro l'istinto di sopravvivenza (se smetti di voler sopravvivere tutto cambia persino il tempo, il tuo tempo muta). Il Grande Bene sono la terra, le montagne, gli affetti (l'amore eterno per la moglie Fanni sul cui epistolario si basa questa vicenda vera, che porto' anche alla canonizzazione di Franz, ma questo a Malick non interessa perché Santo nella sua visione alta lo è anche senza l'intervento della Chiesa). Il Grande Bene è quello inattaccabile, come le montagne dalla bellezza impressionante, lo sguardo mite degli animali, i tesori della Natura e dell'Amore. Malick amplifica con l'uso di un grandangolo spinto, con l'avanzare incessante della macchina da presa verso un dove che percepiamo oltre il visibile, con uno sguardo perennemente ascensionale anche nelle riprese nelle prigioni e nei tribunali nazisti (dove un Bruno Ganz monumentale recitando anche con le mani diventa Ponzio Pilato). In una Chiesa un pittore dipinge Cristo dicendo che lo fa per coloro che ora lo venerano , mentre a quel tempo forse lo avrebbero condannato e che il Cristo che vorrebbe dipingere è un altro. Il dilemma è proprio lì, capire, vedere nella vita immanente che ci è data, senza aspettare un altro mondo, un altro tempo, un'altra Storia. Per questo Malick non storicizza questa pagina del Nazismo, ma collegandosi a un verso della poetessa inglese George Eliot svela ed illumina UNA VITA NASCOSTA, perché quella come altre ignote hanno contribuito a migliorare il mondo. E lo fa - nel corso di 173 minuti che volano e restano - in tre tempi. In quello di un Canto della Natura, in cui gli esseri viventi sono calati dando voce e sguardo anche alle pietre, ai ruscelli, al cielo fra le montagne. Uno shock visivo fin dal fotogramma di apertura dopo le immagini di repertorio della mostruosa innaturale avanzata del Grande Male, di Hitler, del Terzo Reich (immagini di repertorio che torneranno fortissime per il sogno premonitore del treno che attira i bambini e che è quello che va ad Auschwitz). Poi il martirio, per quel diniego a giurare fedeltà a Hitler che agli occhi degli altri (del villaggio piegato al Fuhrer che metterà al bando tutta la famiglia di Franz, persino della Chiesa sottomessa) è solo superbia, arroganza, pura follia. La stessa di Cristo e ritorna la voce del pittore, mentre la clausura delle immagini sempre illuminate da una spinta all'oltre, richiama LA PASSIONE DI GIOVANNA D'ARCO di Dreyer. E poi è il Requiem, la messa il canto per un defunto (sentiremo il Bach de LA PASSIONE DI SAN MATTEO) che non morirà, perché lo sguardo si alza ancora tra le montagne in cerca di quegli Angeli che sovrastano, nella lunetta, quel capolavoro di Giovanni Segantini che è IL DOLORE CONFORTATO DALLA FEDE. Dove in un cimitero di montagna due genitori piangono sulla tomba del figlio. FILM TOP 2020.  (Carlo Confalonieri)

LE SORELLE MACALUSO - Federico Fellini ne LA VOCE DELLA LUNA dice che deve esserci un buco che unisce i vivi e i morti. Il nuovo meraviglioso film di Emma Dante inizia con due bimbe che fanno un buco nel muro. Quel buco restera' per sempre in quel palazzo decadente della periferia di Palermo, dove vivono le cinque sorelle Macaluso, Katia, Maria, Pinuccia, Antoenella, Lia. La comunicazione fra la vita e la morte attraversa la drammaturgia teatrale della grande regista e autrice palermitana. In particolare - oltre allo splendido spettacolo a cui il film di ispira (ma si tratta di ispirazione perché il film è ben altro) - in uno dei suoi testi e delle sue regie teatrali, parecchi anni fa cambiò la mia vita di spettatore: VITA MIA. In esso si narra di tenere in vita le persone care (là una madre nei confronti dei figli, uno dei quali, ma non sappiamo chi, dopo la notte dovrà morire) attraverso l'amore. Nel film di oggi ho ritrovato quella sensazione essenziale astratta incombente illuminante come allora. Tutti moriremo come le sorelle Macaluso che negli anni se ne vanno una alla volta, ma l'amore reciproco che è condivisione e talora anche rabbia le tiene in vita l'un l'altra. Moriranno si, resteranno per sempre fra loro e in quella casa. Una vestita da ballerina come il suo sogno giovanile infranto, una a farsi mettere il rossetto dalla sorella maggiore facendo - lei rimasta bimba per sempre - una boccuccia che a vederla da' i brividi (i piccoli gesti dei nostri morti come li ricordiamo), una a prepararsi per il proprio funerale rimestando nelle stanze cechoviane dei giochi d'infanzia e ritrovandosi poi in una bara affacciata sul cielo come in una veduta cinematografica Tarkovskijana. E allora in questo film nato dal teatro e così pieno di Cinema e Letteratura da far esplodere occhi e cuore, potremmo non essere più a Palermo ma nella Russia dei Karamazov, nella Napoli della Ortese, nella Rimini di Amarcord con il monumentale Charleston palermitano affacciato frontalmente nell'inquadratura come il Grand Hotel Felliniano, nel salotto della Hollywood al tramonto e sporca di CHE FINE HA FATTO BABY JANE? dove due sorelle si fanno a pezzi accusandosi di un tragedia che le riguarda da bambine, o nella dacia delle TRE SORELLE di Cechov. Ma tutto è unificato da quello stile personalissimo, grandioso, passionale e furioso di quella che è la più grande drammaturga e regista teatrale vivente. Colei che un giorno si studierà a scuola come ora si fa con Pirandello. Colei che guarda al Tadeus Kantor de LA CLASSE MORTA e ci porta per mano in un aldilà presente. Qui cinematograficamente scatenata con incursioni elettrizzanti nel musical, facendoci vedere da quel buco i ricordi, le meraviglie, le fantasie come fece anche Tsai Ming Liang nel suo fantasmagorico THE HOLE. Dalla miseria, dalla mancanza, dalla sofferenza, nascono infatti meraviglie, incanti, prendono il volo le colombe, nascono amori (la scena nell'Arena Sirenetta delle due fanciulle che si baciano coreografandosi è un altissimo momento di Cinema), si riavvolge il tempo come nello stupefacente BALLARINI che componeva in parte LA TRILOGIA DEGLI OCCHIALI. E la cinepresa trasformata in strumento di una rabdomante dell'anima, estrae da ogni attimo di quest'opera cruciale, modernissima e antica sulla visionarietà dell'esistere che ne dà senso e sopportazione, una linfa vitale che si dipana miracolosa sulla morte trasfigurandola in una bellezza terrena e celestiale, cupa e luminosa. In concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Se non sarà Leone scendero' in piazza.  (Carlo Confalonieri)

STAY STILL -  Pare la versione pop di PERSONA di Bergman.  Spostato dall'isola di Faro a un ospedale psichiatrico, che astrae quello di QUALCUNO VOLO' SUL NIDO DEL CUCULO col sarcasmo dei film al vetriolo di Todd Solondz, il rapporto fra una paziente eccentrica e la sua infermiera ha molti punti in comune con quello fra Liv Ullman e Bibi Andersson. Julie ricca ereditiera piena di fascino manipolatore si chiude nell'inazione per rifiuto dei meccanismi sociali (porta sempre guanti di gomma gialli come per non farsi contaminare). Ciò non le impedisce ogni tanto di dar fuoco a qualcosa per cui entra ed esce da una clinica psichiatrica. Lì le viene assegnata Agnes giovane infermiera, che nella vita ha invece fatto quanto c'era da fare (famiglia e lavoro). Entrambe un rapporto irrisolto col materno. La madre di Julie si uccise quando lei era una bambina, la figlia di Agnes di 3 anni non  parla alla madre praticamente la rifiuta. Scattano identificazione, transfert malato, manipolazioni, ribellioni, attrazione sessuale. D'altronde proprio lo SCHERMO VELATO, il bellissimo saggio di Vito Russo sul Cinema Omosessuale definisce PERSONA un rapporto lesbico al rallentatore. I ritmi, i tempi,  i suoni, i colori della regista tedesca Elisa Mishto sono diversissimi da quelli onirici di Bergman. Il taglio è assolutamente pop, esposto, a tratti grottesco con incursioni felliniane, per un modo eccentrico di guardare alla malattia mentale. Che Mishto ha comunque approfondito attraverso la frequentazione di vari istituti psichiatrici anche italiani per la lavorazione di un suo documentario sul tema, quasi una premessa al film. E si sente, nel disincanto con cui si osserva talora l'inutilità dei trattamenti psy rispetto alla funzione di contenimento temporaneo, che tale deve restare per il minor tempo possibile. Le due attrici, la russa Natalia Belitzki, una Julie un pò Charlotte Gainsbourg in NINPHOMANIAC di Lars Von Trier e la tedesca Luisa Celine Gaffron post Schygulla, sono efficacissime e brave. Stabilendo un corto circuito femminile, che le sonorità elettroniche di dj Apparat (già collaboratore di Martone per lo splendido CAPRI REVOLUTION) insieme alla bellissima fotografia postcolorata e popcolorata di Francesco di Giacomo (figlio del grandissimo Franco compianto direttore della fotografia per Taviani, Bellocchio, Moretti, Argento, Scola ecc.) portano su un piano di pura astrazione. (Carlo Confalonieri)

MATTHIAS E MAXIME
  -  In TOM A LA FERME incombe uno sfregio sul volto come vendetta omofobica. In MATTHIAS E MAXIME, il nuovo film di Xavier Dolan, sul viso di Maxime c'è una grossa voglia viola che pare una lacrima. E' l'opposto, un segno di diversità e d'amore espresso. Nei due film, opposti, uno negativo uno positivo, entrambi STUPENDI, Xavier oltre che autore è anche attore. Come TOM era vittima quasi consenziente in un ingranaggio hitchockiano,come MAXIME è invece uno degli artefici di una poesia amorosa che nasce da bambini e si sviluppa da adulti. L'altro e MATTHIAS (Gabriel D'Almeida che 'si perdera' nuotando e si sa l'acqua è simbolo dell inconscio) amici d'infanzia capiranno d'amarsi. Ma come? Qui viene il tocco magistrale dell'enfant prodige canadese, che fa confluire i tasselli delle due vite, partire insieme poi diventate diversissime fra loro nel fiume magico del destino. Max è povero ha una madre alcolizzata a cui badare (la strepitosa Anne Dorval di MOMMY) decide di andarsene da Montreal per due anni per fare il barista in Australia. E' molto solo,lo guarda qualche ragazzo ma non accade nulla. Matthias è ricco, avvocato figlio d'avvocato, con una professione davanti e una fidanzata vicino. La magia si chiama Rivette come Jacques Rivette il grande regista della Nouvelle Vague maestro nel portare la fantasia nella realtà. Erika Rivette, amica dei due e snob aspirante regista,li coinvolge in un corto  in cui devono baciarsi sulla bocca. Il bacio che vediamo si e no è pressoché a inizio film. Non vedremo altro di apparentemente sentimentale tra i due fin quasi alla fine. Tutto sarà non detto,ellittico,inteso o sottinteso. Tante tracce disseminate spostamenti sguardi vibrazioni battiti gelosie emozioni. L'esatto opposto dell'esposizione televisiva tagliata col macete dei personaggi gay degli orrendi film gay di Ozpetek. Dolan non fa film gay, parla di personaggi psicologici ancor prima che omo/sessuali. Stavolta travolge da cima a fondo con i frammenti di un discorso amoroso che vanno a formare un tema esistenziale, forse il tema clou dell'esistenza quello dell'identità psicologica Tout Court, quindi anche sessuale. E i tanti splendidi centratissimi primi piani pieni di gioventù e vitalità finiscono per allargarsi (un po' come in MOMMY) su un quadro d'insieme assolutamente  magistrale durante la scena del temporale. Con i ragazzi che corrono a togliere i panni stesi, mentre Max e Matthias si baciano stavolta per davvero. Un momento di Cinema sublime di un'intensità quasi insostenibile. Si corre ai ripari, ma la forza della natura dei sentimenti delle emozioni prevale. Analoghe sensazioni le diedero la corsa in auto di Trintignant in UN UOMO UNA DONNA di Lelouch o quella a piedi di Woody Allen in MANHATTAN. Là erano maschi e femmine, qui due maschi. Non cambia nulla. L'amore la vita il desiderio di cominciare sono gli stessi. Travolgenti. Film meraviglioso fatto pensato girato evidentemente (la fotografia strepitosa di Andre Turpin, il montaggio folgorante dello stesso Dolan, la dimensione pazzesca delle inquadrature e dei punti di vista). 
(CARLO CONFALONIERI)

LE EREDITIERE - Da IL LUOGO SENZA CONFINI di Arturo Ripstein a IL BACIO DELLA DONNA RAGNO da TI GUARDO di Lorenzo Vigas a UNA DONNA FANTASTICA di Sebastian Lelio nel cinema latinoamericano, il tema dell'omosessualità spesso è diventato metafora della condizione di un paese. Un argomento sotterraneo in quei luoghi, specchio di un  disagio sociale e politico. Il notevole debutto del paraguayano Marcelo Martinessi, scelto come rappresentante all’Oscar per il miglior film straniero, segue questa via. Il ritratto di Chela e Chiquita due signorine agè di buona famiglia che convivono da trent'anni nella bella casa ormai usurata (come il loro rapporto) ereditata dalla prima, mascherando ma solo fino a un certo punto la loro relazione,fotografa in filigrana la stanchezza di una nazione logorata dalle dittature e ancor di più da una trasformazione del tessuto economico e sociale. 'Quelle due' a differenza del film di William Wyler tratto da Lillian Hellman sono infatti accettate, pur frequentando un giro di lesbiche locali, dalle signore della borghesia mogli o vedove di professionisti e latifondisti. Alle quali, Chela - dopo che la più intraprendente Chiquita va in carcere per  truffa per salvare la loro disastrosa situazione economica (la villa si spopola di quadri e argenteria ma resta la domestica come facciata di un passato benessere) - finisce un po' per caso un po' per bisogno a far da taxista sulla vecchia Mercedes ritornata a guidare senza patente. Inizia così un tardivo risveglio, sottratta agli psicofarmaci somministratale da Chiquita, al letargo domestico e alla dipendenza dalla compagna. Per le strade di Asuncion la donna ritrova faticosamente se stessa, la voglia di vivere e persino il desiderio nei confronti nella più giovane e disinibita Angy (Ana Ivanova quasi una sosia dell’indimenticabile splendida Florinda Bolkan). Un paese metaforizzato attraverso una storia privatissima, che sarebbe piaciuta al Fassbinder di VERONIKA VOSS, ma che Martinessi allontana dal melodramma. Prevalentemente in interni chiaroscurati, più di sguardi che di parole, affidati alla straordinaria Ana Brun premiata alla Berlinale come migliore attrice.  (CARLO CONFALONIERI)

GIRL - Ancora come nel miracoloso film di Ildiko Enyedi che ha aperto un 2018, cinematograficamente stupefacente. La componente psicologica e quella fisica assolutamente compenetrate alla ricerca di un equilibrio, come base per l'esistenza. E la loro disarmonia, causa di immani fatiche e sofferenze. Si parte in adolescenza dove il corpo muta e può prendere  direzioni che la mente non contempla. Né tanto meno le regole comportamentali indotte. Il maschile e il femminile entrambi dentro di sé, devono essere l'uno o l'altro fuori di sé. E se non c’è coincidenza è una battaglia contro se stessi. La dittatura del corpo (pene o vagina)che predispone a dare o ricevere. Ma non è così. Lo sa bene Victor che a 15 anni si prepara a diventare Lara con una transizione sessuale e ormonale fortemente voluta per trovare un'immagine nitida della propria identità (tanti specchi nemici attorno, persino l’ultimo nel sottofinale drammatico tenta di sdoppiarne l’immagine). La  psiche di Lara sa bene chi è e non solo. Non solo la  rincorsa di un'immagine femminile senza pene (scotchato fra le gambe in attesa di essere tolto), con un seno che non spunta nonostante gli ormoni e bellissimi lineamenti e capelli muliebri. Ma una sua precisa collocazione come Etoile di danza classica, la più ardua delle discipline imposte al corpo femminile per esaltarlo in tutta la sua grazia ed armonia. Victor disposto al martirio per essere Lara e danzare. Nell impaziente attesa dell’amputazione di quel pene subìto, i piedi troppo lunghi nelle scarpette a punta subiscono le stimmate del sacrificio estremo per essere donna ed esserlo al massimo (le unghie massacrate il sangue fra le dita un dolore allucinante coperto dal sorriso per il desiderio di essere se stessa). Non gli artifici del culturismo per essere più macho o del botox per essere più giovane. Solo la costruzione del sé: corpo e anima. Il film meraviglioso è opera prima del giovane fiammingo Lukas Dhont, che incolla in ogni fotogramma la cinepresa mobile su Lara. Danza soffre combatte. L'impazienza dell’adolescenza di trovare se stessi (credi che sia nato subito uomo le dice il padre amorevole comprensivo suo compagno di battaglia). Lo scarto mente corpo che diventa sempre più forte, l’una supera l’altro che diventa drammaticamente inaccettabile. Una grandissima opera gender, uno dei 3 più grandi film sull’identità psicosessuale (insieme a UN ANNO CON 13 LUNE di Fassbinder e LAURENCE ANYWAYS di Xavier Dolan). Una sfida vinta in una narrazione che esclude quasi del tutto il mondo esterno e punta su un match con se stessi. Vinto da un grande occhio cinematografico e dall’interpretazione magica totalmente convincente del giovane Victor Polster, dolce sfingeo marziale. La Camera d’Or, il premio al suo attore prodigioso e il premio Fipresci conferti a Cannes credo siano solo l’inizio trionfale della carriera di un film importante assolutamente privo di ambiguità, destinato a scolpire una nuova pagina ferma sulla ricerca dell’identità.  (CARLO CONFALONIERI)

DOPO IL MATRIMONIO - Da domani 30 Maggio in Prima assoluta in streaming per l'Italia - Nel 2006 la grande regista e autrice danese Susanne Bier girò un film che mi travolse DOPO IL MATRIMONIO. La sua potenza e originalità erano nella perfetta fusione degli stilemi del melo, con le regole estetiche del Dogma di Lars Von Trier che vi partecipò con la sua Zoetropa. Gli attori erano tre assi meravigliosi del Cinema Scandinavo: Mads Mikkelsen consacrato con la Palma d'oro a Cannes per IL SOSPETTO di Thomas Vinterberg; Sidse Babett Knudsen bellissima e intensa poi approdata al Cinema d'Oltralpe con 150 MILLIGRAMMI della Bercot e LA CORTE con Luchini; Rolf Lassgard grande svedese indimenticabile in MR. OVE. Questo per dire che il remake Usa che ne ha fatto ora Bart Freundlich ha dovuto vedersela con un pezzo da Novanta, sia filmico sia interpretativo. L'idea molto bella è stata di ribaltare i due ruoli maschili in femminili affidandoli alla moglie di Freundlich, Julianne Moore e a Michelle Williams, splendide. Affiancate da Billy Crudup come sempre super nel ruolo che era della Kundsen: amante nel passato della Williams, coniuge nel presentre della Moore. Il gioco complesso di agnizioni, volontà testamentarie, passaggi del testimone affettivo assume cosi una connotazione tutta femminile, rendendo il film più lieve arioso seppur metropolitano e newyorchese. Rispetto al film della Bier, assolutamente magnifico e tragico, più giocato sulla scacchiera del femminile che da un iniziale possibile EVA CONTRO EVA, si trasforma a vista in una sorta di commedia morale alla Paul Mazursky. Scegliendo toni introspettivi pur calati nell'analisi di un milieu mondano più accentuato. All'ombra più di un modello insuperabile come RICCHE E FAMOSE di George Cukor, che degli evidenti richiami bergmaniani della Bier. Quindi un film da vedere e magari confrontare col suo prototipo, per studiare i diversi linguaggi con cui può essere raccontata una stessa storia. Assolutamente da non raccontare a parole, per non togliere le sorprese continue, previste da un plot persino più intrigante di un thriller.  (CARLO CONFALONIERI)

LES MISERABLES
- L'ariosa sequenza d'apertura, girata davanti all'Arco Trionfo durante i festeggiamenti per la Coppa del Mondo 2018, mostra un popolo unito sotto le bandiere tricolori francesi. Dura poco. Con uno scarto improvviso Ladj Ly ci catapulta nel quartiere di Montfermeil oggi ,dove è cresciuto e girò un cortometraggio che porta lo stesso titolo del romanzo di Victor Hugo, non a caso proprio come questo suo primo lungometraggio che ne è lo sviluppo e che l'anno scorso vinse al Festival di Cannes un meritatissimo Premio della Giuria. Dai Miserabili ai Nuovi Miserabili. Dall' illusoria libertè egalitè fraternitè, alla più totale frammentazione della cittadina inferno-prigione, polverizzata in clan, sette religiose, racket, polveriere islamiche, giri di spaccio, prostituzione e compravendita di ogni refurtiva. Ci introduce nei suoi gironi una squadra di polizia che la carismatica Jeanne Balibar ha messo in piedi al commissariato. Tre agenti psicologicamente diversi e complementari: Chris (Alexis Manenti) detentore di ogni sopruso, Gwuada (Djebril Zonga) nero atletico scattante e Stephane (Damien Bonnard) eclettico astro nascente del Cinema d'Oltralpe), il nuovo arrivato introverso, trasferito per star vicino al figlio, ignaro dell'incubo in cui verrà precipitato. Il film parte classico come un ottimo polar nella prima parte. Via via se ne discosta, prendendo un duplice andamento anomalo che diventa la sua forza.  Da un lato riuscendo perfettamente in quella fusione documentaristica e di finzione che lo aggancia a una visione potentissima del reale (cosa che sfuggì di mano a Mathieu Kassovitz nel pur interessante L'ODIO). Dall'altro percorrendo la traccia di quel meraviglioso film di Bertrand Tavernier che è L.627. Mostrando cioè l'impossibilità di applicare una legge scritta in una realtà che la travalica. Il film di Ladj Ly nella sua furia visiva procede infatti per sfumature, arrivando in una terra di nessuno dove bene e male non sono più distinguibili, concentrandosi su un elemento umano in formazione fatto di bambini preadolescenti senza un'identità etica ben precisa. Saranno loro l'obiettivo su cui dovrà concentrarsi la squadra di polizia ,in un gioco al massacro estenuante continuamente ribaltato,filmato (l'idea geniale del drone) ricattato e ricattabile. Fino a uno spostamento identitario dei ruoli guardia-ladro, scivoloso sotto l'aspetto etico e umano. Splendido esempio di Cinema 'en plein air' con la macchina a mano elettrizzante di Julien Poupard, che a parte i pochi interni in auto nel Kebab e nel Commissariato, vola tra i vicoli, le strade e i palazzoni tutti uguali come fosse anch'essa un drone.  Il risultato toglie il fiato, scava nella coscienza, scortica la visione.    (CARLO CONFALONIERI)


ROSETTA (Palma d'Oro 1999 Festival di Cannes)
- L'indomabile macchina da presa a mano di Jean-Pierre e Luc Dardenne, freneticamente all'inizio inseguimento di Rosetta nella sua via crucis di miseria e disoccupazione, è come una lama. O meglio un bisturi, che nello squallido paesaggio di una cittadina industriale (e più simbolicamente nel panorama della civiltà industriale del profitto) isola il cancro della disumanità. Non direttamente quella che causa sofferenza altrui, ma quella generata dal dolore provocato dall'indifferenza, dal materialismo e dalle spietate regole dell'interesse. Anche se la catena non s'interrompe e chi soffre fino a disumanizzarsi farà a sua volta patire qualcun’altro. Come accade alla giovane Rosetta, presa a calci dalla vita, emarginata, con la madre alcolizzata in una roulotte dell'hinterland di Liegi, continuamente licenziata causa i contratti a termine e la lotta da giungla per avere un posto di lavoro. Sempre vicina al baratro della catastrofe, da cui rifugge con la furiosa volontà di integrarsi in una società che non la vuole. Al punto limite - raramente rappresentato con altrettanta brutalità da un'opera d'arte (da NEL FONDO di Massimo Gorkji in avanti) sul mondo dei miserabili, - di vendere anche i sentimenti propri e altrui per un pezzo di pane. Che è quanto avviene nei confronti del suo unico amico, prima quasi lasciato morire e poi tradito pur di rubargli il lavoro (da notare che il 'tradimento' costituiva uno degli snodi anche de LA PROMESSE, precedente film dei Dardenne). Con stile neorealista e controcorrente, i due registi belgi piegano il loro passato di documentaristi a una fiction che non sembra assolutamente tale. Sia per una ragione oggettiva, grazie a una scelta espressiva estrema e rigorosa che concentra quasi costantemente l'obiettivo su Rosetta e in particolare sul suo volto indurito e straziante, isolandolo nella sua tragicità dalle immagini circostanti (la performance di Emilie Duquenne è impressionante, soprattutto sapendola un'attrice che in fondo sta recitando). Sia per una ragione soggettiva -che è un po' conseguenza dell'altra- di percezione dello spettatore, pressoché indotto a vedere le cose con gli occhi di Rosetta. Con risultati sconvolgenti, brutali, talora sgradevoli, che senza la mediazione di una presa di distanza potrebbero persino falsare il giudizio nei confronti di un film ostico e senza consolazioni, ma innegabilmente bello e provocatoriamente coraggioso. PALMA d'ORO al FESTIVAL di CANNES    (CARLO CONFALONIERI)

SHOPLIFTERS - UN AFFARE DI FAMIGLIA (Palma d'Oro 2018 Festival di Cannes)
- Fin dal titolo internazionale, il nuovo film di Hirokazu Kore-eda, Palma d’oro al Festival di Cannes mette il furto al centro delle sue consuete tematiche famigliari. Rubare nei supermercati, rubare persone, rubare affetti. Per ri/costruire un concetto di famiglia non più affidato al caso ma ad una scelta, a un libero arbitrio. Nell'interno orizzontalmente alla Ozu della catapecchia in cui vivono tutti insieme gli Shibata, i ruoli di padre madre figli nonna zia hanno un valore solo nominale, non consanguineo come scopriremo in parte fin dall’inizio e poi strada facendo in una serie di risvolti noir. L'affettività degli armoniosi FATHER AND SON e LITTLE SISTER incrocia la crudelta' di NESSUNO LO SA, le più verità del rashomoniano THE THIRD MURDER e il tentativo di comporre un nuovo concetto di famiglia di RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA. Ne esce una summa del cinema del nuovo maestro del cinema giapponese, le sue famiglie disfunzionali che diventano funzionali, le sue verità apparenti svelate in un gioco estremo dove il male diventa bene in un ribaltamento dell'ottica morale. Che giustifica il furto materiale come accadeva in LADRI DI BICICLETTE e quello sentimentale come correzione delle distorsioni umane. Kore-eda nel suo film più complesso e labirintico decostruisce la costruzione apparente di una famiglia, per arrivare all’essenza delle relazioni. Quella che dovrebbe supportarne con amore e affetto consapevoli le dinamiche, invece affidate alle regole alle leggi alle convenzioni. In un capolavoro di scrittura filmica che assolve con gli sguardi e coi silenzi (grazie e papà diranno senza voce prima una nonna - la monumentale Kirin Kiki gia' SIGNORA TOKU per Naomi Kawase - e poi un figlio che non sono tali, ma quelle due parole urleranno dentro di noi) con le lacrime e coi sorrisi, i crimini commessi in nome dell'amore.   (CARLO CONFALONIERI)

LA VITA DI ADELE (Palma d'Oro 2013 Festival di Cannes) - Grandiosa opera umanistica, nel più alto significato di osservazione dell'animo umano. La cinepresa geniale di Abdellatif Kechiche filma per 3 ore l'iniziazione sentimentale e sessuale della giovane Adele, abbandonandosi ai più sottili dettagli psicosomatici. Le ciglia esprimono in un battito lo stupore, la saliva sulle labbra un'infantile impossibilità di restare bambini, un sorriso spezzato l'incertezza dell'adolescenza. Un mondo chiuso nei primi piani e campi ravvicinati. Adele esce, sale sull'autobus, va al liceo … ci rivediamo tutti in quei percorsi di distacco, di iniziale libertà. Poi all'improvviso arriva la ragazza dai capelli blu uscita dalla Graphic Novel LE BLEU EST UNE COULER CHAUDE di Julie Maroh. E per Adele il mondo si ferma. E' quella lesbica navigata ad aprirle il sipario della vita, della vita vera. A farla uscire dalla scuola e dall'apprendistato a vivere. Si arresta il cuore di Adele, poi batte sempre più forte e la cinepresa ne incalza e segue il ritmo. Sarà un viaggio straordinario ‘a bout de souffle’ nell’incarnazione rappresentata dal sesso e dalla sessualità, motore primario. Un'apertura alle gioie e alle ferite scandite nell'Odissea umana che tutti abbiamo intrapreso (si spera) diretti a una meta di corpo che diventa anima e viceversa. Kechiche, a meta' opera, filma un lunghissimo amplesso fra le due donne come mai si è visto al cinema, trasportando la carne, il pensiero, il desiderio, direttamente dallo schermo al grembo dello spettatore. Fecondandolo con una purificazione visiva dell'atto più nascosto della condotta umana. Fare l'amore col corpo, coi corpi che si trasfigurano nel più totale realismo. Senza parole per un tempo infinito e sublime che resta. Dopo seguirà la logica, i tradimenti le incomprensioni, ma non importa, Kechiche ha fissato una partenza che è anche un arrivo. Senza fare un film a tematica puramente omosessuale, bensì psicologica fino alle estreme conseguenze. Aperta dolorosamente e a tratti felicemente in viaggio, come la vita vera. Il grande viaggio nel desiderio, nella conoscenza di sé e degli altri. Adele Exarchopoulos rivelazione assoluta attorno a cui ruota tutto il film, che addirittura si ispira al suo nome, è sublime. Lea Seydoux conferma un talento di intensità magnetica, che cattura l'inquadratura.  La Palma d'Oro di Cannes fu all'unanimità e assolutamente indiscutibile.   (CARLO CONFALONIERI)